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8 marzo 2017 ,

Cozmic Corridors

Ristampe, Antologie, Box

2017 - Mental Experience-Guerssen

Uscita Ristampa: 15 febbraio 2017

 

Troppo spesso, quando si distribuiscono ristampe o compilation di gruppi tedeschi di metà anni ‘70, si scomoda l’espressione “kraut rock” o peggio “kosmische musik”. Generalmente, in realtà, si tratta di epigoni hard glam di Birth Control, Jane o Lucifer’s Friends: una pletora di onestissimi gruppi che con le orbite di “Zeit” o “Irrlicht” avevano poco o nulla a che fare. Ma bisogna ammettere che per la riesumazione di queste incisioni dei Cozmic Corridors, il termine kraut non è fuori luogo.
Hans-Jurgen Pütz, Alex Meyer, Pauline Fund e Peter Förster sono personaggi avvolti ancora dal mistero, che incisero questo album tra il ‘72 e il ‘73 a Colonia per la Pyramid di Toby “The Mad Twiddler” Robinson, uno degli stregoni fonico-elettronici-multistrumentisti che bazzicavano gli Stockhausen’s WDR e i Dierks Studio, già al lavoro con Birth Control, Mythos e Dzyan: un sottobosco umido e putrescente di perversioni heavy teutoniche. Da questo stesso humus germogliò quindi questa band, il cui album omonimo era in realtà già brevemente riemerso nel 1996 per la Psi-Fi, label dalla vita breve che ripubblicò il materiale della defunta Pyramid, smerciando tutto quel catalogo come fosse un Vangelo Apocrifo della Germania Ovest Elettronica. Ma attenzione… perché è oggi opinione diffusa che alcune di quelle uscite fossero in realtà dei ben confezionati falsi d’autore, prodotti in Inghilterra a metà anni ‘90 sulla scia del “kraut revival” seguito al successo di culto del “Krautrocksampler” di Julian Cope. Anche i Cozmic Corridors sono dunque un artificio di qualche burlone appassionato? Loro probabilmente no, ma lasciamo a voi il giudizio.

 

Qui ci basta dire che nei cinque lunghi brani di cui si compone l’album, si alternano visioni tremolanti di spettri elettrici, loop ipnotici nello stile dei Tangerine Dream di “Phaedra”, soundscape per film di fantascienza a trama libera, accomunati da uno spiccato gusto per il minimalismo, l’iterazione, la musica modulare: un po’ Terry Riley, un po’ Brian Eno. Ispirazione piuttosto terrestre in realtà, senza l’astrazione mistica dei Cosmic Jokers o degli Ash Ra Tempel, ma con una bella dose di oscura sonorità ai limiti del “concreto”.
A volte sbiadito nell’ambient, a volte esercizio di cromatismo fine e sé stesso: soundtrack per un rituale senza divinità, ma educatamente formalizzato, dove il salmodiare gotico di Mountainside pare uscito da un eremo per lune erranti, mentre il mantra di Daruber (il pezzo più intenso) è un “Om”per asceti orientali dall’animo tormentato. Un ascolto che interesserà fan dell’elettronica analogica meno commerciale. 

 

Giovanni Capponcelli

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