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8 dicembre 2014 , , , ,

Nitzer Ebb

BIG HIT

1995- Uscita: Marzo - Mute Records

# Inghilterra

nitzer-ebb-big-hit-stumm118-560x560“Big Hit” è l’album che ha portato al successo i britannici Nitzer Ebb, autori negli anni ’80 di un synthpunk post-DAF contaminato dall’industrial percussivo di Test Dept, SPK ed E.Neubauten. Dopo una dozzina di anni il trio di Chelmsford (Essex) decide di cambiare rotta e imbarcarsi nel carrozzone del rock industriale, scegliendo però una via del tutto personale, non percorsa da nessun’altra band pioniera dell’electronic body music. Innanzitutto c’è da dire che nei tre anni e mezzo di realizzazione di quest’album Bon Harris (percussioni ed elettronica) impara a suonare anche il basso, mentre Douglas McCarthy (voce) impara la chitarra. Dietro i tamburi c’è in questo disco Jason Payne, ancora oggi con gli Ebb, che sostituisce nel 1993 il batterista Julian Beeston, con la band sin dal 1989. Al trio si affianca in studio ancora una volta Flood (chitarre, programmazioni e produzione), reduce all’epoca da lavori prestigiosi con Depeche Mode (“Songs Of Faith And Devotion”) e U2 (“Zooropa”) e già produttore degli Ebb in “Belief” (’89), “Showtime” (‘90) e “Ebbhead” (’91). Il rischio di un flop derivante da un cambio così radicale di assetto all’interno della band era dietro l’angolo, ma il risultato finale è più che convincente (discorso che vale per tutti gli altri dischi del trio incluso l’ultimissimo “Industrial Complex” del 2010): il combo britannico mostra di avere idee validissime e di essere capace di produrre dischi anche molto diversi tra loro senza rinunciare mai a qualità, personalità e sperimentazione e sempre dotati di una assoluta freschezza di idee.

 

L’opener Cherry Blossom, influenzato dal sound di “Downward Spiral” dei NIN, è un biglietto da visita dirompente: un poderoso pezzo industrial rock in cui strumenti tradizionali (basso, chitarra, batteria) si fondono perfettamente a synth monofonici distorti e campionamenti noise di vario tipo. L’energetica Hear Me Say ci riporta in territori noti, dove l’electro industrial del precedente “Ebbhead” (prodotto anche da Alan Wilder dei Depeche Mode/Recoil) si sposa con refrain più pop e dove le percussioni picchiano duro e i synth saturati al massimo sostituiscono le chitarre. Il singolone Kick It ha il merito di portare lanitzer2 band in scene indie rock a loro estranee fino ad un anno prima dell’uscita di questo album ed è caratterizzato da un refrain che resta in testa senza essere scontato, una potente base ritmica, suoni elettronici che influenzeranno qualche anno più tardi il lavoro degli Smashing Pumpkins (che assolderanno Bon Harris al programming e Flood alla produzione per nitzell’album “Adore”) e chitarre (ora funk, ora metal, suonate da Dr. Know dei Bad Brains) che si fondono perfettamente con i synth ed il basso (tutti distorti) suonati da Harris. Floodwater è un potentissimo brano industrial rock in cui le chitarre si confondono con i synth distorti; il synth bass potente (che ha caratterizzato tutti gli album precedenti degli Ebb) fa qui capolino per rendere il tutto ultrapesante e minaccioso. Bordertalk è un pezzo jazz noir (sullo stile di alcuni lavori di Barry Adamson) che mostra la maturità musicale e vocale raggiunta rispettivamente da Harris e McCarthy, la cui interpretazione vocale da vero crooner mette i brividi. 

 

La scurissima In Decline vede il trio misurarsi con un suono più vicino al grunge che all’elettronica. L’unico episodio meno a fuoco è Living Out Of a Bag che inizia bene (con una classica bassline che ricorda tanti bei lavori del duo), ma si perde totalmente nel corso dello sviluppo del brano, in cui Flood finisce per utilizzare soluzioni vicine ai momenti peggiori degli U2 del periodo 1991-1993. Assolutamente atipiche per la band sono le ballad Boy (notturna e sofferente, con influenze gospel) e I Thought, caratterizzatanitzer solo da chitarre, un synth monofonico distorto e un sample di basso, diventata poi singolo in una versione pesantemente remixata da Mark Saunders, ex-Bomb The Bass. La conclusiva Our Own World, un crossover tra Wall of Voodoo e DAF (principale band ispiratrice del sound degli esordi degli Ebb), è l’unico punto di contatto con il passato synthpunk del duo Harris/McCarthy: il contrasto tra le chitarre (acustica nelle strofe ed elettrica in odore western, nei ritornelli) e le bassline analogiche alla DAF/primi Ebb caratterizza questo bel brano di chiusura. Chi si aspetta di ascoltare in questo disco l’electronic body music di “That Total Age” (1987) o “Belief” (1989) può rivolgere la propria attenzione altrove: “Big Hit” è un album sfaccettato, dove indie rock, elettronica industriale, grunge, funk, jazz, gospel e post punk, contribuiscono a realizzare una miscela unica che ha fatto storia.

Diego Loporcaro

foto 3 a sinistra di Tim Griffin

 

Update dell’articolo scritto nel 1995, pubblicato su D.L.K. ‘zine #2 cartacea nel gennaio 1996  

 

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