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29 giugno 2014 , , , ,

Talk Talk - Mark Hollis

Mutazioni trascendentali

1982-1991

 talk talk                        INTRO

 

Chissà se ai tempi di It's my life e Such A shame Mark Hollis e soci immaginavano una seconda vita artistica totalmente estranea al mondo delle hit e al successo di pubblico: senz'altro sono conosciuti ai più per quei brani, tutt' altro che disprezzabili, ma che sicuramente non potevano far presagire una virata tanto profonda come invece è poi avvenuto.

 

 

 

                                                          I primi anni '80 - I successi mainstream

 

Mark David Hollis, leader della band, cantante, autore e fondatore, muove nella Londra del 1979 i primi passi  insieme al fratello disk jockey Ed, più grande di lui e inserito nella scena musicale del periodo; era stato anche produttore e manager di punk bands come Eddie & the Hot Rods. Con ilmark hollis nome di The Reaction i due riescono anche a infilare un loro brano (Talk Talk) in "Streets", una compilation dell'allora astro nascente Beggars Banquet. Hollis però nutre altre ambizioni e comincia a creare quello che poi sarà il progetto Talk Talk. Il lavoro viene premiato allorché la Island gli offre la possibilità di incidere alcuni demo, e quando il fratello Ed recluta Paul Webb al basso, il tastierista Simon Brenner e Lee Harris alla batteria la squadra è fatta. A credere realmente in loro, però, è la EMI, che gli fa firmare un vero contratto e concede loro la possibilità di incidere un album, addirittura sotto la produzione di Colin Thurston, che aveva appena fatto centro pieno con il debutto dei Duran Duran. Quel disco è "The party's over" (1982), che si avvale di due singoli niente male: la suddetta Talk Talk e Today. Tuttavia in quel partynuovo ambito musicale denominato new-pop o new-romantic, una sorta di proseguimento easy della new-wave e del post-punk, la formazione di Hollis non riesce a incidere più di tanto: mancano la produzione e la pomposità, requisiti fondamentali per far breccia nelleit's my life classifiche. La debolezza di una produzione lontana da quelle spettacolari e ridondanti delle band più quotate continua a farsi sentire, ma al tempo stesso diventa anche un po' il marchio di fabbrica di Hollis: lui non è una pop-star, questo è certo, il suo basso profilo però è totalmente fuori moda in un periodo in cui è l'edonismo a farla da padrone. The party's over passa praticamente inosservato ed è solo con il secondo lavoro in studio " It’s My Life" (1984) che la band trova consensi commerciali, più all'estero e in particolare in Italia che non in patria: la title-track, Such a shame e Dum dum girl sono comunque i pezzi trainanti di un buon disco che, con il senno di poi, lascia intravedere qualcosa di quello che sarà.

 

Tutti colori della primavera

 

coloriLa prima svolta è quella di "The colour of spring" (1986). L'ingresso nella band di Tim Friese-Greene determina una svolta positiva per quanto riguarda le sonorità e la direzione artistica del gruppo: il suo ruolo non è solo quello di tastierista ma anche di co-autore e produttore insieme a Mark Hollis, da questo momento i due sono l'entità Talk Talk. L’organico si avvale anche di una pletora di altri musicisti e, in questo caso, anche di Stevie Winwood. Il disco è eccellente, i brani si allungano e si fanno atmosferici, una sorta di trance psichedelica pervade tutto il lavoro che risulta a metà strada fra un rigurgito di primi anni ottanta e una spiritualità new age, ambientale ma ancora dotato di ottime canzoni pop: la voce di Hollis è sempre più alla ricerca di un compromesso fra la forma-canzone e i voli pindarici di un Tim Buckley; esprime sempre una sofferenza consapevole, un blues talvolta disperato ma carico di passione e di volontà trascendente. L'ossessiva Life's What You Make It è il singolo di lancio (li troviamo persino sul palco di Sanremo).

 

I brani che però si differenziano maggiormente dal recente passato sono altri: l'apripista Happiness Is Easy, mascherata inizialmente da fragile pop-rock venato di blues, si tramuta in maniera inattesa in una canzone sospesa e dalla forma libera, grazie all'uso sontuoso degli archi e a un inaspettato coro di bambini che duetta con Hollis a MJF1986_TALK-TALK.jpgfine ritornello. Poi ci sono I Don't Believe In You, una malinconica e trasognata ballata, e due pezzi dove si manifesta più chiaramente l'ingresso di forme free jazzy, April 5th e Chameleon Day. Quest'ultimo è un brano breve imperniato quasi esclusivamente sulla voce e sul piano di Hollis: si presenta come poco più di due minuti di rarefatta musica, ma nel momento in cui Hollis anticipa con un filo di voce la frase finale del brano si apre come una finestra su ciò che sta per diventare la band; si sprigiona tutta la sensibilità di Hollis, che si mette in evidenza come un interprete unico. I Talk Talk sono cresciuti e sono pronti per la seconda svolta, quella decisiva.

 

                                                                            I blues del 'paradiso terrestre'

 

spiritChe arriva con "Spirit of Eden" (1988). Un blues spirituale situato fuori dal mondo contingente dell'edonismo 80's, l'ascesi, se non del corpo, almeno della sua anima artistica e creatrice, in grado di plasmare una materia impalpabile come quella musicale, e di farne un mezzo di purificazione. Un disco che si prende tutto il tempo (un lavoro lunghissimo, un ascolto non facile) che il mondo ci sottrae. La lentezza, ancora una volta in antitesi con l'imperativo dominante della corsa, dell'arrampicata sociale, come rifiuto degli pseudo-valori imposti da un modello di vita che evidentemente Hollis non condivide affatto: il suo privato tenuto sempre lontano dai riflettori, un'esistenza appartata e tranquilla, ne sono esempio ancora più marcato di quello artistico. Etereo, introspettivo, sognante e sofferto. Spirit of eden trova una band totalmente rivoluzionata rispetto agli esordi, i Talk Talk firmano non solo il loro capolavoro assoluto ma anche uno dei dischi più belli e originali di tutti gli anni ottanta (come minimo). Si tratta di sei lunghe suite all' insegna di una psichedelia free-form che si avvale dei più svariati generi, dal jazz al blues, al minimalismo elettronico, fino a lambire territori di pura estasi non distanti da quelli di "Hosianna mantra" dei Popol Vuh.

 

Talk-Talk-Lunghi silenzi glaciali vengono interrotti da pennellate blues, da trombe appena soffiate, organo e pianoforte suonano sommessi e radi accordi, la voce di Hollis è sempre più espressiva, fra contemplazione e toni astratti: sono sei sospiri, sei capolavori che vedono all'opera quasi venti musicisti differenti "armati" di clarinetto, oboe, fagotto, corno, harmonium e tanto altro: ma nonostante il grande numero di voci, tutto è così delicato, centellinato con classe, incredibilmente armonioso e quasi dronico. Il coro della cattedrale di Chelmsford intensifica i toni spirituali da gospel, che però non potrebbero essere più sonnacchiosi e catatonici: in un certo senso si potrebbe considerare già slow-core, senz' altro le intuizioni sono le stesse che troveremo qualche anno dopo in "Frigid stars" degli americani Codeine e poi nei Red House Painters. I tempi del synth-pop di facile presa sembrano lontani anni luce, sebbene sia passati, in fondo, pochi anni: i Talk Talk suonano "altro".  

 

Profonda psichedelia ambientale

 

laughing soockInfine "Laughing stock" (1991). Un disco che ripete senza dubbio la grandezza del predecessore e ne è un naturale proseguimento. Forse l'unica cosa che manca è l'effetto-novità, ma preferire o misurare l'importanza dell'uno all'altro è un esercizio pernicioso e rischia di diventare una questione di lana caprina, o di gusti personali. Ciò che conta che è che i brani di Laughing Stock conservano l'umore fragile e teso, intimista, del precedente, ma accentuano il distacco con la forma canzone tradizionale; seppure fino ad un certo punto, dal momento che Hollis, tutto sommato, resta un formidabile autore di musica pop raffinatissima e colta. Più che di un cambiamento, sarebbe più giusto parlare di traslazione di un metodo, di un approccio, indirizzato verso una forma un po' differente, con molti elementi in comune: la strumentazione e il sound in primis.

 

Se in Spirit Of Eden la dilatazione di pratiche musicali consuete ne mutava la percezione, fino a renderle irriconoscibili, o comunque facendone perdere il senso comune, in Laughing Stock pezzi come After The Flood, New Grass ed Ascension Day, procedono più per stratificazioni leggere quanto consistenti, con frasi musicali circolari che variano in maniera fluida, tanto da far sembrare ogni mutazione necessaria e naturale,TalkTalk senza strappi. Se l'album precedente poteva aver aperto la strada al cosidetto slow-core, questo anticipa alcune intuizioni post-rock, di musica non riconducibile alle classificazioni fin qui utilizzate, ma che allo stesso tempo non se ne distacca tanto da sembrare aliena al nostro orecchio. Un grande album come "Hex" (1994) dei Bark Psychosis – ad esempio - trarrà non poco giovamento dalle intuizioni post-rock e slow-core ante litteram dei Talk Talk, e in modo particolare dal magistrale modo di utilizzare pause e silenzi pronte a cedere il passo a improvvise impennate tonali, creando atmosfere tese e inquietanti, una sorta di psichedelia ambientale profonda e introspettiva.

 

 

                                                                      Mark Hollis

 

mark hollis soloLaughing stock esce del resto nell'anno di nascita del post-rock di "Spiderland" degli Slint e della consacrazione dello slow-core: ma qui siamo dall' altra parte dell' oceano, siamo in Inghilterra e l' attenzione per la canzone pop è comunque sempre alta nonostante si tratti ancora di sei lunghi brani che spaziano fra dilatatissimi blues e scambi jazz, ritmi funerei e il tono baritono di Hollis. E' di nuovo un capolavoro, è il completamento di un' idea di musica ambientale e spirituale che si avvale della tradizione e la trasforma: Mark Hollis non canta più la vita ma l' esistenza. Lo stile è ormai quello di un folk trascendente aggiornato (in tempo reale, però) alle nuove direttive post-rock. I Talk Talk inventano un suono ma nessuno sembra accorgersene, in patria (la loro) si celebra l' ennesima ondata brit-pop, si pensa a far soldi in fretta e così la band si arrende all' evidenza. Mark Hollis, tuttavia,mark hollis prosegue per la sua strada realizzando “Mark Hollis”, omonimo album solista del 1998 non lontano in quanto a sonorità, dagli ultimi lavori con i Talk Talk: il disco si concentra su registri blues e fraseggi jazzati marcando il tutto con le consuete pause silenziose che creano un'atmosfera carica di presagi irrisolti, temi urbani, apocalittici e notturni che si dilatano nei ritmi e poi esplodono spesso in melodie dal sapore folk-pop: l' amore di Hollis per la "canzone perfetta", in fondo, non si è mai esaurito nonostante la continua sperimentazione e la ricerca di un suono personalissimo. Dopo questo intensissimo sforzo solista poche cose, come suonare il pianoforte nel brano Piano dell'album "AV 1" (1998) dei minimalisti Phill Brown e Dave Allinson, con lo pseudonimo John Cope. Nel 2001 collabora all'album di  Anja Garbarek "Smiling & Waving". Ma che fine ha fatto Mark Hollis? Pochissime interviste, scarse apparizioni, vita ritirata.  (di A.F.)

 

 

                                                                                         Postumi riconoscenti di P.W.B.

 

cdtributo(di P.W.B.) - Il terzo millennio è prodigo di omaggi all'ineffabile arte di Mark Hollis: il 3 settembre 2012 esce per Fierce Panda "Spirit Of Talk Talk", un doppio cd tributo cui partecipano 30 artisti e band contemporanei tra cui Alan Wilder (Recoil), White Lies, King Creosote, Jason Lytle (Grandaddy), Zero 7, Linton Kwesi Johnson, Richard Reed Parry (Arcade Fire), Joan As Police Woman, Sean Carey (Bon Iver), Lights, Goldheart Assembly, Thomas White (Electric Soft Parade), Fyfe Dangerfield (Guillemots), Thomas Feiner, The Black Ships, Turin Brakes. A 30 anni esatti dal loro debutto discografico mainstream Hollis e c. sono reinterpretati e reinventati da nomi che hanno dichiarato di essere stati in qualche modo influenzati dalle loro intuizioni. "Spirit Of Talk Talk" è anche il titolo del primo libro - 200 pagine, uscito sempre nel settembre del 2012 -JM_TT dedicato alla band (ideatore e coordinatore il designer Toby Benjamin) in cui è sviscerata tutta la loro fenomenologia artistica; un vero e proprio atto d'amore che respira attraverso le belle immagini ed illustrazioni di un loro collaboratore di lunga data, l'art designer James Marsh. Il libro contiene una esaustiva biografia della band del giornalista musicale-autore Chris Roberts, ed è ricchissimo di artworks, alternative covers e foto inedite, corroborate da materiale fotografico tratto dagli archivi di famosi fotografi, Lawrence Watson, Richard Haughton, Sheila Rock. Non mancano commenti e pareri su Hollis e c. di illustri fans della band quali Guy Garvey (Elbow), Richard Wright (Pink Floyd), bookmockupKarl Hyde (Underworld), Wild Beasts and James Lavelle (UNKLE). Infine il libro regala l'ultima inedita intervista con James Marsh di un Mark Hollis sempre più reticente a rapporti con i media. 

 

 

Andrea Fornasari - Pasquale Wally Boffoli

foto 6-8: Mark Hollis & Talk Talk  "Live at Montreux 1986"

 

Talk Talk & Mark Hollis - Facebook  

Talk Talk - Facebook  

 

Ascolta  "It's My Life"  (1984)

Ascolta  "Spirit of eden" (1988)  

Ascolta  "Mark Hollis"  (1998)


Discografia

Studio album

  • 1982 – The Party's Over (EMI)
  • 1984 – It's My Life (EMI)
  • 1986 – The Colour of Spring (EMI)
  • 1988 – Spirit of Eden  (EMI)
  • 1991 – Laughing Stock  (Polydor)
  • 1998 - Mark Hollis  (UME Imports/Hip-O/PolyGram)

Compilation

  • 1985 – It´s My Mix 
  • 1990 – Natural History: The Very Best of Talk Talk
  • 1991 – History Revisited: The Remixes
  • 1997 – The Very Best of Talk Talk
  • 1998 – Asides and Besides
  • 1999 – London 1986 (Livealbum)
  • 2000 – 12X12 Original Remixes
  • 2000 – The Collection
  • 2001 – Missing Pieces
  • 2003 – The Essential
  • 2003 – Introducing...
  • 2011 – Essential

Video

  • 2008 – Live at Montreux 1986 (DVD)

Video

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