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11 luglio 2015 ,

Ornette Coleman

La forma del jazz dell’avvenire

2015

Ornette-coleman_06N7116sw                            I N T R O 

 

Ho avuto modo di conoscere Ornette Coleman oltre vent'anni or sono, nel ruolo di driver/accompagnatore in una breve tournée italiana, nel settembre 1994: Pesaro, Parma e poi Torino, tappe organizzate da Contromusica di Sergio Ramella. La grande novità di quei concerti era costituita dall'inserimento del pianoforte nel suo quartetto e lui aveva scelto la bravissima Geri Allen, in quel momento forse l'unica disponibile nell'impresa di rompere un tabù nella parabola artistica di Ornette. Dopo oltre trent'anni un pianoforte nel suo organico. Il profilo che segue sull'artista contiene anche quanto scrissi allora, ventun'anni fa, per il concerto (il 13 Settembre 1994) del quartetto di Coleman al Teatro Regio di Torino, un momento che entrò nella storia di quel teatro e della rassegna: per poter soddisfare tutte le richieste e non escludere alcuno, Ornette acconsentì che il pubblico potesse ascoltare la musica sul palco, il Piccolo Regio gremito da appassionati (senza ticket) che ascoltarono il concerto mediante la ripresa a circuito chiuso. (Luciano Viotto)

 

 

In Memoriam 

 

I ricordi vividi di quei giorni riemergono tutti, come in lungo piano-sequenza: già il suo all'aeroporto di Linate era stato turbinoso, perché un incidente sulla highway che conduceva all'aeroporto JFK di New York gli aveva impedito di prendere l'aereo giusto con i suoi compagni di viaggio, Charnett Moffett, Geri Allen e il figlio Denardo Coleman che arrivarono puntuali. Eravamo sulle spine: dovevo avere la certezza che Coleman fosse tra tumblr_m3zeepyT0q1r3sdivo1_500i passeggeri dell'aereo successivo. Qui la sorte mi aiutò nel trovare una gentile signorina che infrangendo le regole riuscì a farsi dare la conferma che Ornette fosse nell'elenco dei passeggeri. Tutto andò per il meglio: i primi due concerti smossero le acque della critica nostrana ed era un privilegio, per me, poter assistere alla scrittura di una nuova pagina nella vicenda artistica del padre del free jazz, dove il linguaggio armolodico veniva esposto dal vivo con le note autentiche di una nuova espressione. A Parma, la mattina dopo il concerto, decise di fare una visita mattutina alle migliori gastronomie del centro storico, a pochi passi dall'hotel Stendhal: vi ritornò con ogni ben di Dio, preziosi affettati e formaggi stagionati; fece saltare giù dal letto i suoi sideman; poi, sui tavolini in stile della hall, distribuì e condivise con loro quelle succulente testimonianze. A Torino, Ornette era un diamante accanto ad altre gemme preziose: in quella indimenticabile edizione di Settembre Musica 1994 (…non ancora MiTo), mi capitò di assistere all'incontro, casuale, nella hall dell'hotel Sitea, di tre grandi artisti quali Arvo Part, Ornette Coleman e Steve Reich.

 

Il cambiamento del secolo 

 

03.BeautyCon Ornette Coleman (Forth Worth, Texas, 1930), la lettura della storia della storia del jazz della seconda metà del XX° secolo diventa tumultuosa, ricca di grandi attese, mai avvitata su se stessa, specchio fedele delle tensioni interne ed "esterne" alla musica non solo afroamericana, per riflettere un'intera epoca di storia dell'arte e dell'umanità. È tutta la storia del jazz la migliore chiave di lettura della lezione colemaniana: un destino quello del jazz che, all'attualità, appare frenato, segnato non solo dalle mode, ma dall'assenza di nuovi linguaggi. Il messaggio che Coleman ha trasmesso albumcoverOrnetteColeman-AtTheGoldenCircleStockholm-VolumeOnea più generazioni di artisti jazz è prima di tutto una parabola di umiltà e ricchezza insieme, intrisa di espressioni non sempre compresa in tutta la loro portata innovativa, ma sempre svelate nella più totale libertà espressiva. Le tribolazioni e le umiliazioni che la vita ha riservato a Coleman sono proprie di chi nasce in una famiglia povera, tenuta ai margini nella società americana degli anni trenta. La povertà materiale, unita alla perdita del padre quando Ornette era ancora bambino, hanno segnato la sua gioventù: la via di uscita poteva essere rappresentata da un sassofono, inatteso dono materno, carico e ricco di presagi. L'autodidatta Coleman trova i primi ingaggi in orchestre di rhythm'n' blues e soggiorna a New Orleans; si 06. changestabilisce poi a Los Angeles dove adotta il sassofono contralto. Il suo linguaggio desta subito scalpore: Coleman dirà anni dopo: "Fu allora che cominciai a suonare come cerco di fare oggi. Le cose che io e Don Cherry facemmo poi, le facevo allora, nel 1949". Dopo l'intensa fiammata provocata dal be-bop negli anni quaranta, il jazz sembrava essersi accontentato di parafrasare o di ripetere all'infinito il linguaggio parkeriano: ciò non impedì ad alcuni artisti di grande talento di poter seguire altre strade. Solamente il pianista e compositore Lennie tristano e i suoi allievi tentarono di sfuggire all'attrazione estetica del bop. "Andare più lontano di Parker seguendo la stessa direzione" è stato il comandamento colemaniano degli anni cinquanta. 

 

Questa è la nostra musica

 

01_somethingLa sua voce così diversa da tutte le  precedenti nella storia del jazz, la si ascolta con i primi due album incisi per la Contemporary: "Something Else!!!!" (1958) e "Tomorrow Is The Question!" (1959). La portata fortemente innovativa di quella musica, già sottolineata nei titoli, non tardò ad esprimersi in tutta la sua dirompente ondata. Grazie al proprietario dell'etichetta Atlantic, Neshui Ertegun, Coleman ottiene la possibilità di svelare tutta la sua diversità, scrivendo un nuovo capitolo 02. Tomorrowdell'interminabile libro del jazz. L'esordio del periodo Atlantic è deflagrante: il rifiuto rispetto ai princìpi del conforto estetico presente nel jazz fino ad allora, il mancato rispetto degli accordi, una nuova concezione armonica, lo spingono sempre oltre. Nel 1959, grazie ad una borsa di studio, entra alla Lenox School of Jazz diretta da John Lewis, già strenuo sostenitore di Coleman. Le prime esibizioni al Five Spot di New York presentano una novità rispetto alle formazioni con cui erano stati incisi i primi album Contemporary: l'assenza del piano nei suoi organici caratterizzerà tutta la sua 05.the shapeproduzione discografica da quel momento. I sei album registrati per l'Atlantic rispettano questa impostazione: i sideman di Ornette comprendono Don Cherry (cornetta o piccola tromba formato tascabile); i bassisti Charlie Haden, Scott LaFaro o Jimmy Garrison; i batteristi Billy Higgins o Eddie Blackwell. I primi dischi Atlantic appaiono persino nei titoli, carichi di profezie: "The Shape Of Jazz To Come" (La forma del jazz dell'avvenire), "Change Of The Century" (Il cambiamento del secolo) e "This Is Our Music" (Questa è la nostra musica).

 

Free Jazz: la rivoluzione!

 

07 freejazzIl manifesto culturale e musicale insieme, venne redatto da Coleman con l'incisione di "Free Jazz" (1960) e alla sua stesura parteciparono due quartetti, comprendenti gli abituali collaboratori: Don Cherry, LaFaro, Haden, Higgins e Balckwell ai quali si affiancarono il trombettista Freddie Hubbard e Eric Dolphy al clarinetto basso. L'improvvisazione totale e assoluta di linguaggio presente in Free Jazz rappresenta ancora oggi la rivelazione della concezione colemaniana, attraverso una musica carica di tensione e fortemente espressiva, con una struttura creata e distrutta man mano che l'improvvisazione svela tutti i suoi flussi sonori. Anche la veste grafica dell'album destò scalpore, con la riproduzione all'interno della copertina di un'opera coleman1di Jackson Pollock. Il dibattito provocato da Free Jazz divise profondamente i critici e gli appassionati: da un lato si sollevarono molti dubbi sulla valenza artistica di Coleman; dall'altro si manifestarono gli entusiasmi più aperti. Il clamore suscitato lo indusse a interrompere la carriera nel 1962, evitando ogni apparizione in pubblico: per il timore di non essere compreso o per paura di offendere il prossimo. Anni dopo (1972) dichiarò: 08.chappaqua"È sempre una tragedia non essere completamente compresi perché qualcuno sospetta che si abbia qualche altro motivo al di fuori di quello di voler esprimersi". L'ansia di rinnovarsi ha segnato il percorso artistico di Coleman fino a oggi: dopo aver iniziato a studiare la tromba e il violino, ha cambiato sovente anche l'organico, "prestando" le sue composizioni per un film ("Chappaqua Suite") o chiamando alla batteria il figlio Denardo, ancora giovanissimo.

 

L'Armolodia

 

1972OrnetteColemanSkiesofAmericaGuardando al futuro, Ornette non è mai caduto nelle facili nostalgie dell'età preistorica del jazz, quando tutto era permesso: con l'avvento dell'hard-bop, il vangelo colemaniano all'inizio faticava non poco ad essere accettato, pieno di elementi naïf, zeppi di una spontaneità creatrice che non conosce regole e che è la più vicina alla completa espressione umana. Così Coleman ha sempre considerato la musica come ricerca incessante sulla natura umana e della sua voce: "Voi potete sempre 13.crisisriprodurre il suono di una voce ascoltandola veramente, ma solo sapendo esprimere nel contempo tutto il suo calore umano". Nel 1966 vince il referendum quale "Jazzman of the Year" per la rivista statunitense Down Beat, che lo proclama "Hall of Fame" tre anni dopo. Dopo aver aperto uno studio in un loft di Soho, incide per la nuova etichetta Artists House. Nel 1972, con l'opera "Skies of America", eseguita con l'Orchestra Sinfonica di Londra, Coleman scrive una pagina nuova: l'opera si presenta come una "collezione di composizioni", "aperta" e 220px-Songxmethenycolemananche "aleatoria" in una forma sintattica ancora tutta da definire, chiamata da Coleman "armolodica" e della quale non è mai stata data una esauriente spiegazione. Negli anni successivi ha mutato ancora la rotta più volte: con il gruppo Prime Time (1978), ricostruendo l'Original Quartet (con Cherry, Haden e Higgins) o incontrando il chitarrista Pat Metheny per l'incisione di "Song X" (1985). Radicale innovatore negli anni '60, Ornette Coleman ha poi attraversato periodi di intensa riflessione artistica, firmando anche  per la storica etichetta Verve.

 

Luciano Viotto

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Archivio Torino MITO Settembre Musica 1994: Luciano Viotto  

 

Ascolta  FREE JAZZ (1960)

 

Selezione discografica

Something Else!!!! (con Don Cherry e Billy Higgins, Ojc/Concord, 1958)

Ken Burns Jazz – Ornette Coleman (Sony/Legacy, 1958-1975)

Tomorrow Is the Question! (con Don Cherry e Percy Heath, Ojc/Concord, 1959)

The Shape of Jazz to Come (con Cherry, Charlie Haden, Billy Higgins,Atlantic, 1959)

Change of the Century (con Cherry, Haden, Higgins,Atlantic, 1959)

Beauty is a Rare Thing (box Rhino/Atlantic, 1959-1961)

Free Jazz (con Cherry, Freddie Hubbard, Eric Dolphy, Haden, Ed Blackwell, Higgins,Atlantic, 1960)

Chappaqua Suite (Columbia, 1965)

An Evening with Ornette Coleman (Freedom, 1965)

At the Golden Circle in Stockholm (Blue Note 1965)

New York Is Now! (con Jimmy Garrison e Elvin Jones, Blue Note, 1968)

Love Call (Blue Note, 1968)

Live at Prince Street (Rca, 1969)

Crisis (con Don Cherry, Impulse!, 1969)

Broken Shadows (con Cherry, Haden, Blackwell, Higgins, Columbia, 1971-1972)

Science Fiction (Columbia, 1971-1972)

Skies of America (con The London Symphony Orchestra,Columbia, 1972)

Dancing in Your Head (con The Master Musicians Of Joujouka, A&M, 1973 e 1975)

Body Meta (Harmolodic/Verve, 1976)

Soapsuds, Soapsuds (con Haden, Harmolodic/Verve, 1977)

Opening the Caravan of Dreams (Harmolodic/Verve, 1983)  

Song X (con Pat Metheny, Charlie Haden, Jack DeJohnette, Geffen, 1985)

In All Languages (Harmolodic/Verve, 1987)

Ornette Coleman & Prime Time (Lp Caravan of Dream, 1987)

Virgin Beauty (Columbia, 1987-1988)

Naked Lunch (con The London Philarmonic Orchestra,Milan, 1991)

Sound Museum, Three Women / Hidden Man (Harmolodic/Verve, voll. I-II , 1994-1995)

Tone Dialing (Harmolodic/Verve 1994-1995)

Colors (con Joachim Kühn, Harmolodic/Verve, 1996)

Sound Grammar (Sound Grammar, 2005).


Video

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