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Keith Emerson

Da Emerson Lake & Palmer al terzo millennio

2016

                          I N T R OKEITH-EMERSON1978

 

Le pagine di Distorsioni hanno già ospitato una approfondita monografia dedicata a The Nice, band seminale per la storia del rock, decisiva per la nascita di quel movimento che verrà molto in seguito denominato progressive, ma, soprattutto, formazione che darà popolarità mondiale a quel grandissimo tastierista che fu Keith Emerson. Ma nonostante l’indubbia importanza storica che hanno avuto per i suddetti motivi, tutto sommato i Nice furono quasi una meteora, durata poco meno di quattro anni, tra il 1966 e il 1969, nella vita di Emerson. Benché il bassista Lee Jackson avesse una voce molto interessante e fosse avvezzo a sperimentare parecchio sul basso, con distorsori, riverberi e persino con l’archetto, e benché l’oggi compianto Brian Davison fosse un batterista tutt’altro che da sottovalutare, capace con il suo estro sinfonico di tenere testa agli imprevedibili virtuosismi del leader della band, è evidente che dopo pochi anni il giovane Keith Emerson fosse già alla ricerca di stimoli creativi ben più forti.

 

Emerson, Lake & Palmer

 

Decise quindi di trovarli in due nomi già ben noti, in quel preciso momento storico: il bassista e cantante Greg Lake si era già distinto, nel 1969, in quella pietra miliare del rock sinfonico e sperimentale che è “In the court of the Crimson King”, dei King Crimson. Il batterista Carl Palmer, invece, era un ragazzo prodigio: si era già distinto negli ambienti MI0003658976del jazz, partecipando a jam-session nei club, e il suo nome era giunto persino alle orecchie di Buddy Rich, che proprio nel bel mezzo di una di queste jam lo chiamerà al microfono sul palco, dicendogli: “Do you wanna play, Carl?”. Lo stesso Palmer, molti anni dopo, userà proprio questa frase come titolo di un cofanetto antologico dedicato a tutte le sue collaborazioni. Palmer, però, dopo essersi fatto notare con il jazz, prima di conoscere Emerson aveva scelto di mettersi al servizio di un altro tastierista istrionico e imprevedibile, Vincent Crane, con i suoi Atomic Rooster (oltre ad aver suonato in quel meraviglioso e spettacolare circo di blues, rock e teatro che era il Crazy World of Arthur Brown).

Ecco quindi che prende forma una band formata da tre figure talmente forti da chiamarsi semplicemente con i nomi dei fondatori: ELP, acronimo di Emerson, Lake & Palmer. Per essi la critica musicale dell’epoca conia una nuova definizione: Supergruppo, cioè gruppo MI0001398780musicale la cui line-up è costituita da musicisti già famosi in altre bands. Ben pochi ricordano, però, che il nome iniziale doveva essere HELP, come una famosa canzone dei Beatles, come un’esclamazione (“Aiuto!”) ma, soprattutto, quella H doveva essere nientemeno che l’iniziale di… Hendrix! Due galli così forti in un pollaio non sarebbero mai potuti durare a lungo. Innanzitutto era chiaro che Emerson, dopo l’esperienza con The Nice, aveva bisogno di una band che ne esaltasse ancora maggiormente le qualità di unico leader, mentre per il mancino Jimi, da anni lanciato in una carriera che lo vedeva protagonista assoluto (prima con gli Experience, poi con The Band of Gipsies), non avrebbe mai meritato una retrocessione a co-leader. In ogni caso, nonostante le buone trattative intavolate (si dice partite proprio da Jimi e dalla sua sincera ammirazione verso Emerson), la tragica e prematura morte di Hendrix mise la parola fine a questo progetto. Gli ELP, in trio, debuttarono alla IIIa edizione del Festival di Wight, alla fine di agosto del 1970. Era la nascita di un mito destinato a entrare a far parte dei Grandi del Rock di tutti i tempi.

 

Gli Anni d’Oro

 

Emerson_Lake_and_Palmer_500"Emerson, Lake & Palmer", l’omonimo album di esordio degli ELP, pubblicato nel 1970 e realizzato grazie anche ai sapienti interventi del tecnico del suono Eddie Offord (lo stesso degli Yes), all’epoca il migliore sulla piazza, è già stato anch’esso oggetto di specifica retrospettiva su Distorsioni. Probabilmente questo disco verrà per sempre ricordato come il loro capolavoro. In esso c’è già tutto il sound ELP: la potenza e la distorsione di Barbarians e di Knife-Edge, la delicata e crimsoniana Take a pebble, i tamburi filtrati elettronicamente nel solo di batteria di Tank, i virtuosismi di Emerson all’organo liturgico e al piano a coda nella mini-suite The Three Fates e una ballad toccante e commovente, firmata da Lake, come Lucky Man, che diventerà un po’ il simbolo della band, con la sorprendente “marcetta” finale di Keith al Moog. E pensare che lo stesso Emerson era contrario a inserire nel disco proprio quest’ultima traccia, pensando che era troppo legata alla forma-canzone e non reggeva il passo con la sperimentazione dell’intera opera. Spesso, però, le idee più semplici si rivelano quelle Keith_Emerson_Moogvincenti. A proposito di elettronica: a quel tempo Emerson, oltre a essere un pioniere del sintetizzatore nel rock, aveva stretto un forte rapporto di collaborazione con Robert Albert “Bob” Moog (a sinistra nella foto insieme a Keith Emerson) aiutandolo in modo tangibile nello sviluppo dei suoi primi prodotti. Ad esempio, quella levetta che oggi è presente nell’angolo sinistro di tutte le tastiere elettroniche del mondo e che serve a far salire o scendere le note di diversi semitoni, simulando un effetto molto simile al bending sulle corde della chitarra, fu un suggerimento dato a Moog proprio da Emerson.

 

Pictures at an Exhibition, registrato prima di “Tarkus” ma pubblicato subito dopo nello stesso anno, agli inizi del 1971, è il disco degli ELP che più si avvicina alla filosofia dei disciolti The Nice. La prima band famosa di Emerson, infatti, amava eseguire riletture rock di brani di musica classica e, soprattutto, preferiva pubblicarle registrandole dal vivo, non in studio, per cogliere al massimo la spontaneità delle Emerson_Lake_and_Palmer_Picturesimprovvisazioni su questi temi. Pictures è proprio così: un disco dal vivo nel quale gli ELP eseguono i “Quadri di un’esposizione”, del compositore russo Modest Mussorgsky, ovviamente alla loro maniera: ci sono i virtuosismi di batteria di The Gnome, la ballad The Sage, affidata alla voce e alla chitarra di Lake, tutta la potenza dei synth di Emerson in The Old Castle, che poi sfocia nelle Blues Variation all’organo Hammond, destinate a diventare un cavallo di battaglia citato in molti medley emersoniani, il tutto fino ad arrivare all’epico finale di The Great Gates of Kiev. Nelle diverse esibizioni live che poi furono riassemblate in studio per formare la tracklist dell’album, il tastierista introdusse uno dei tanti bizzarri effetti speciali che caratterizzeranno i suoi show: un generatore sonoro Moog fatto come un bastone e controllato con una banda magnetica, usato come prolungamento fallico in gestualità ammiccanti ma, soprattutto, capace di sparare fiamme. Il bis del concerto è affidato a Nutrocker, una stralunata rilettura dello Schiaccianoci, di un altro compositore russo caro a Emerson, e cioè Piotr I. Tchaikovsky, nella quale emerge la ben nota (e in futuro ricorrente) passione di Keith per lo stile ragtime/honky tonk.

 

Emerson_Lake_Palmer_Tarkus500Tarkus, sempre del 1971, è invece un disco che oggi viene quasi totalmente ricordato per il suo lato A. La prima facciata del vinile contiene infatti la suite omonima, dedicata a una strana creatura biomeccanica a metà strada tra un armadillo e un carro armato, che nella sua breve vita si scontra con numerosi mostri altrettanto indescrivibili, sconfiggendoli, fino a venire trafitto dal pungiglione velenoso del drago-leone Manticora, per poi morire trascinato via dalla corrente nel fiume. Tutta questa vicenda tra fiaba e fantascienza è ben descritta anche dalle illustrazioni della bellissima copertina apribile delle prime edizioni. Il lato B è meno epico: spunta il solito ragtime (Jeremy Bender), la riuscita e torrenziale Bitches Crystal sembra riprendere in forma abbreviata i temi della suite Tarkus, non mancano le riproposizioni di brani classici, come The Only Way (Hymn), tratta da Bach, mentre A time and a place riprende le sonorità quasi hard di Knife-Edge. Are you ready, Eddie? è invece un rock’n’roll totalmente improvvisato (come da stessa ammissione della band) per finire il disco e dedicato al produttore Eddie Offord. Sicuramente una traccia non all’altezza di cotanto album e un episodio non certo memorabile nella storia della band.

 

Emerson_Lake_Palmer_Trilogy500Trilogy”, pubblicato nel 1972, contiene diverso materiale destinato a entrare a far parte dei classici immortali della band: From the beginning è una delle più ispirate ballads scritte da Greg Lake, Hoedown, riarrangiamento di un brano di Aaron Copland, compositore assai caro a Emerson, diventerà ben presto opener di molti concerti della band, Abaddon’s Bolero ha un incedere assai affascinante e diventa sempre più maestosa nel finale, mentre la suite The Endless Enigma è interessante per le inedite sperimentazioni della band con sonorità etniche, con Palmer impegnato tra mille percussioni “rubate” alla musica popolare e Emerson che si cimenta con la zurna, uno strumento a fiato della tradizione greca. Ma torniamo un attimo alla Manticora, animale mostruoso che popola mille leggende, con la testa di leone e il corpo di drago: nel 1973 gli ELP avevano raggiunto una tale potenza economica da Huty18192 019fondare una propria casa di produzione e decisero di chiamarla, appunto, Manticore Records, come la creatura che sconfigge l’armadillo blindato Tarkus nella loro suite più famosa. La Manticore era distribuita su scala mondiale da due colossi come la Atlantic e la Motown Records. In quegli anni, anche qui in Italia, erano davvero in tanti ad avere non pochi debiti stilistici nei confronti di Keith Emerson: la tumultuosa e cangiante marcetta di Generale della PFM, lo strumentale Danza dei Grandi Rettili del Banco del Mutuo Soccorso, le escursioni soliste in Sospesi nell’Incredibile de Le Orme (anche se tutto l’album “Felona & Sorona” è forse il più vicino agli ELP nella storia della band veneta). Il management degli ELP sembrò quindi quasi “ricambiare l’omaggio”, distribuendo con la nuova etichetta le opere tradotte in lingua inglese proprio della PFM e del Banco. In realtà, però, la Manticore Records fu un passo più lungo della gamba, un’esperienza commercialmente fin troppo azzardata, e nel 1978 già non esisteva più.

 

Emerson_Lake_Palmer_Brain500Arriviamo così al monumentale Brain Salad Surgery, album tuttora discusso: per i fans della band è forse la summa del sound ELP e la massima espressione artistica del trio, per i detrattori è invece il primo sintomo del loro crescente gigantismo. Per questa pubblicazione del 1973 vengono coinvolte due collaborazioni veramente importanti: una è quella con Pete Sinfield, paroliere dei King Crimson e autore di molti testi di questo album; l’altra è quella con Hans Ruedi Giger, illustratore svizzero già famoso per aver creato delle strane creature ibride uomo/macchina, da lui battezzate “Meccanoidi”, che pochi anni dopo raggiungerà la celebrità mondiale creando la mostruosa creatura del film “Alien”. Forse Brain… è l’album più equilibrato degli ELP sul piano compositivo dopo quello d’esordio. L’apertura Jerusalem è geniale nel fondere una composizione di Hubert Parry con dei versi di William Blake (il tutto, ovviamente, riarrangiato nello stile della band); Toccata è un estratto da un concerto per pianoforte di Ginastera (e proseguiamo così con l’amore di Emerson per le riletture dei classici); Still… you turn me on è un’altra bellissima ballata di Greg Lake, nella quale fa anche un interessante e inconsueto uso della chitarra con il wah-wah, mentre Benny the Bouncer, anello debole di tutto l’album, è l’inevitabile prezzo da pagare per i continui flirt di Emerson 51WR4oJmqALcon il ragtime e la musica da saloon. Un brano talmente “buffo” che in Italia verrà persino usato dai Gatti di Vicolo Miracoli come sigla per alcune loro gags.

 

Ma il vero capolavoro è la suite Karn Evil 9, firmata Emerson, Lake & Sinfield. In essa il trio supera i propri confini di dilatazione temporale, facendo iniziare la traccia già sul finire del lato A per poi protrarla lungo tutto il lato B, raggiungendo quasi la mezz’ora di durata. Qui il tastierista sperimenta con i primordiali prototipi di sintetizzatori polifonici prodotti da Bob Moog, che mette a disposizione anche di Palmer numerose percussioni elettroniche, dai risultati surreali e affascinanti in termini di sonorità. Questo armamentario conferisce al brano la massima potenza sinfonica raggiunta dagli ELP fino a quel momento. Inoltre la dicitura “Moog Custom Built Synthesizers” presente nelle note di copertina fa capire quanto Keith fosse presente nello sviluppo e nel grado di personalizzazione dei propri strumenti.

Emerson_Lake_and_Palmer_Welcome_Back“L’Età dell’Oro” di Emerson, Lake & Palmer viene suggellata nel 1974 con un album in vinile triplo (soluzione adottata un paio di anni prima anche dagli Yes per il poderoso live “Yessongs”), poi ristampato in doppio CD negli anni a venire. Il titolo di questo disco cita per intero una strofa scritta da Sinfield: Welcome back my friends, to a show that never ends”, accompagnata dalla dicitura: “Ladies and Gentlemen… Emerson, Lake and Palmer!”. L’apertura è ovviamente affidata a Hoedown, come ormai la band faceva da un paio d’anni, ma il vero pezzo forte del disco sono le due suites: Karn Evil 9 in concerto è talmente tanto dilatata da raggiungere i 38 minuti e viene così ad occupare per intero uno dei tre vinili; anche Tarkus è allungata e supera i 27 minuti: nel momento in cui l’animale biomeccanico muore, sconfitto dalla Manticora, Lake inserisce a sorpresa una citazione dalla crimsoniana Epitaph, a dimostrazione del mai rinnegato legame con la sua band d’origine. Anche i momenti acustici più soft, pianistici e chitarristici, come Take a Pebble, Still… You turn me on e Lucky Man, collegati da varie improvvisazioni, sono tutti fusi tra loro in un unico calderone della durata di altri 26 minuti. Tutti questi numeri rendono chiaramente l’idea delle proporzioni che ormai avevano raggiunto gli ambiziosi tour degli ELP.

 

Arte o solo… “Lavori”?

 

Emerson_Lake_and_Palmer_Works1Dopo questo live, bisognerà arrivare fino al 1977 prima di avere un nuovo disco della band. Stavolta è un album doppio, intitolato Works, strutturato in modo atipico: le prime tre facciate sono considerate come opere individuali, che rappresentano i tre elementi della formazione. Il gran finale è affidato al trio. Ne nasce un album bizzarro, un po’ disomogeneo, riuscito solo in parte. La prima facciata è di Emerson, che si cimenta in una delle sue opere più riuscite di sempre, il suo Piano Concerto n°. 1, per pianoforte e orchestra. 18 minuti, suddivisi in tre movimenti, di pura musica classica, nei quali il compositore eviscera il suo grande amore per gli autori russi a cavallo tra ‘800 e ‘900 e la fortissima influenza che essi hanno avuto su di lui. La facciata di Lake è ovviamente un’antologia di ballads, scritte a quattro mani con il vecchio amico ed ex-collega crimsoniano Pete Sinfield. La facciata di Palmer è spiazzante e schizofrenica, tra riletture di classici di Bach e Prokofiev e brani “tamarri” come L. A. Nights, con ospite Joe Walsh degli Eagles, o Food for your soul, con arrangiamenti di fiati quasi da film poliziesco, oltre a un nuovo arrangiamento orchestrale downloaddi Tank, dal primo album. Il gran finale del disco è la facciata dedicata agli ELP nella loro interezza e contiene due brani importanti: Fanfare for the common man, nuova rilettura di Aaron Copland che entrerà nel repertorio dei classicissimi della band, e la mini-suite Pirates, di 13 minuti, firmata ancora una volta da Emerson, Lake & Sinfield. L’inquieto tastierista, perennemente alla ricerca di nuovi stimoli, ha un po’ allentato i rapporti con Bob Moog e si è buttato a capofitto verso una marca giapponese di crescente popolarità, la Yamaha, che per questo album gli mette a disposizione un suo prototipo, il GX-1 Grand Synthesizer. Lo strumento, a tre tastiere sovrapposte più pedaliera, costa oltre 60.000 dollari dell’epoca (oltre 300.000 euro di oggi) e tutto assemblato pesa più di 950 kg. Viene prodotto in un centinaio scarso di esemplari che finiscono nelle mani, oltre che (ovviamente) di Emerson, di John-Paul Jones dei Led Zeppelin, di Stevie Wonder, del compositore di colonne sonore Hans Zimmer, di Richard Wright dei Pink Floyd (che se ne disfa subito e non lo usa in nessun album), di Benny Andersson degli Abba e di pochi altri.

 

ELPwork2Nello stesso 1977 gli ormai inarrestabili ELP fanno uscire anche “Works Vol. 2”, album di “scarti”, per loro stessa ammissione, provenienti dalle sessions dei dischi precedenti. Nel mucchio, qualcosa di carino e salvabile c’è: l’apertura dedicata a Tiger in a spotlight ha un bel groove e una freschezza che ricorda certe atmosfere beat dei vecchi Nice; I believe in Father Christmas è una divertente e al tempo stesso commovente ballad “natalizia” di Lake; Bullfrog è una traccia alquanto prescindibile dominata dai fiati e dalle percussioni intonate; tutto suona un po’ di routine, ormai, non c’è quella “zampata” dei primi album; tanto mestiere, tanta tecnica, ma che sembra girare a vuoto. E poi il disco contiene la traccia destinata a diventare ingiustamente più famosa nella storia di Emerson: quella Honky Tonk Train Blues, scritta da Meade Lux Lewis e riarrangiata nella solita chiave tanto cara al pianista di “brano da saloon”.

Arriviamo così, nel 1978, a “Love Beach”, disco rinnegato dalla stessa band e sovente denigrato nelle interviste da loro rilasciate negli anni a venire. Ormai gli ’80 sono alle porte, il prog-rock è un fenomeno che in Gran Bretagna sembra dimenticato, nonchè violentemente rinnegato ed archiviato dal boom del punk rock, e così la casa discografica paga fior di quattrini per fare ritrovare ai tre la vena creativa in uno sperduto 113458_f_1isolotto delle Bahamas. Il risultato è discutibile fin dalla copertina, con i tre in tenuta da playboy in un villaggio vacanze, con le camicione colorate e sbottonate e i sorrisi da auguri di buone vacanze che svettano sull’abbronzatura. Il disco è un pastiche di ballads banali e poco ispirate di Lake (una su tutte: For you), mentre il tentativo di suite intitolata Memoirs of an officier and gentleman suona sgangherato, slegato, disomogeneo e sembra un’altra raccolta di ballads appiccicate tra loro con il solito manierismo ormai caro alla band. L’unica traccia che svetta sulle altre è Canario-Fantasia para un gentilhombre, composizione di Rodrigo riarrangiata con un gusto che ricorda un po’ la Fanfare di “Works Vol. 1”. Nel frattempo l’inquieto Emerson è passato da Yamaha a Korg, ma la pasta sonora e la potenza sinfonica non sono quelle dei dischi precedenti.

 

ELP_InConcertL’addio degli ELP non poteva avvenire in altro modo che con un album dal vivo. Ed ecco spuntare puntuale, infatti, Emerson, Lake & Palmer in Concert, del 1979, che raccoglie al suo interno una scaletta variegata: da Knife-Edge alla recente ballatona C’est la vie, di Lake, dagli ultimi successi Fanfare for a common man e Tiger in a spotlight a un estratto del Piano Concerto n°. 1, fino a una sintesi compattata in circa un quarto d’ora di Pictures at an exhibition. Il disco verrà più volte ristampato negli anni a venire con il titolo di “Works live” e con una scaletta un po’ più lunga. Ma da quel momento in poi non si conteranno più le pubblicazioni cover_5726101112008postume di concerti tatticamente piazzate in catalogo per placare la sete degli orfani degli ELP. L’album solista di Emerson intitolato “Honky!”, del 1981, non si discosta di molto, a cominciare dalla veste grafica, dal clima vacanziero e disimpegnato di Love Beach, tra capanne di paglia sulla spiaggia e il tastierista che inscena buffe gags con uno squaletto nella sua vasca da bagno. Se da una parte l’album è almeno sgravato della vena melensa dell’ultimo Lake, già il titolo tradisce una delle grandi passioni di Emerson, per quanto anche di honky-tonk, tra le varie tracce, ce ne sia poco, mentre svettano, viceversa, sonorità elettroniche, voci filtrate, vocoders e ritmi quasi ammiccanti alla dance dell’epoca. Un lavoro, insomma, che non si prende troppo sul serio ma che non va nemmeno preso troppo sul serio. Per amor di completezza ricordiamo che nella produzione solista di quel periodo anche Emerson sfornò il suo album di canzoni di Natale, una sorta di “incidente di percorso” nel quale sono incappati un po’ in tanti, dai Jethro Tull a Jon Anderson degli Yes. L’unico motivo di interesse di quest’opera, intitolata, con uno sbalorditivo slancio di estro “Christmas Album”, può essere trovato nelle comparsate di Gary Moore e di Ian Paice. Comprensibilmente non accreditati.   [A.S.]

 

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L’Era delle Colonne SonoreSigle televisive e soundtracks. 

Le sigle RAI (1976-1980)

 

emerson honky t.t.b. (4)Proseguiamo con la parallela carriera solista di Emerson, che prende forma nella seconda metà anni '70, mentre quella degli ELP volge fatalmente al declino. L'8 dicembre 1976 prende il via sull'allora rete 2 della RAI Odeon - Tutto quanto fa spettacolo, rotocalco di costume considerato ad oggi tra i più importanti nella storia della televisione italiana. Grazie al successo riscosso dal programma sale alla ribalta una sigla di chiusura decisamente inusuale per i tempi; uno sfrenato boogie woogie eseguito da un biondo capellone dall'aria vagamente cowboy. Il talentuoso pianista in questione altro non è che Keith Emerson ed il brano - che alla fine del 1977 risulterà essere il quarto 45 giri più venduto in Italia - una cover del classico anni trenta di Meade Lux Lewis: Honky tonk train blues. Emerson  in quel periodo emerson odeon rag (5)si è lasciato quasi del tutto alle spalle il glorioso progetto in compagnia di Greg Lake e Carl Palmer (il tentativo discutibile del 1978 “Love beach” incarnerà il canto del cigno del fantastico trio) ed ha iniziato ad intraprendere la carriera da solista.

 

Così, sulle ali di questo inaspettata popolarità mediatica, quando nell'autunno del 1977 parte la seconda stagione di Odeon Emerson  si ritrova ancora a commentare i  titoli di coda con un' altra rivisitazione atipica, Odeon Rag, stravagante rilettura del classico di emerson infernofine ottocento di Scott Joplin Maple Leafe. Sebbene Odeon Rag non riesca a bissare le vendite del singolo dell'anno precedente, nel 1980 la RAI recluta ancora il tastierista per la sigla di Variety. La caraibica Salt cay (inclusa successivamente in “Honky” album distribuito dalla Bubble Records di Carlo Bixio) viene pubblicata su 45 giri e sul suo lato B è presente una composizione che non ha niente a che vedere con la TV di intrattenimento. Il brano in questione si intitola Taxi ride ed è estratto dalla colonna sonora dell'horror di Dario Argento “Inferno”.

 

Dario Argento, gli States e l'horror made in Italy (1980-1989)

 

emerson la chiesa  (2)Dario Argento è reduce dai successi di “Profondo rosso” e “Suspiria” quando nel 1979 contatta Keith Emerson per la colonna sonora del suo nuovo horror. Emerson, completo esordiente nel mondo della celluloide, compone un lavoro di assoluto impatto che si rivelerà col passare degli anni la sua intuizione cinematografica migliore; la tracklist di “Inferno” è una miscela perfetta tra divagazioni prog- rock e movimenti classici che ben si inseriscono nelle dinamiche drammaticamente gotiche della pellicola e che si esaltano nelle evoluzioni dell'orchestra diretta da Godfrey Salmon. Incassate le ottime critiche per il lavoro argentiano, a  distanza di un emerson best revenge (7)anno, il binomio Emerson-Salmon si sposta oltreoceano per la realizzazione del commento dalle tinte funk dell'action-thriller interpretato da Stallone “Nighthawks” (I falchi della notte); durante la sua permanenza negli States il musicista di Todmorden mette a punto anche il soundtrack per il drammatico “Best Revenge” di John Trent che verrà distribuito nelle sale nel 1984.

In tandem con il connazionale Derek Austin -nel 1983- vola in Oriente per disegnare i sintetici suoni di “Harmagedon - La guerra contro Genma”, film d'animazione giapponese ispirato al cult-manga Genma Taisen. Nel 1984 Keith torna in Italia per confezionare le musiche per il giallo di Lucio Fulciemerson murderock(3) “Murderock-Uccide a passo di danza”, ispirandosi alle atmosfere elettro-pop in voga. L'esperienza di Emerson con il cinema tricolore ha termine nel 1989 quando richiamato ancora da Argento -stavolta nelle vesti di produttore- realizza in compartecipazione con Philip Glass ed il bassista dei Goblin Fabio Pignatelli parte dei temi de “La chiesa” di Michele Soavi, rispolverando quelle atmosfere sacrali e barocche da sempre a lui congeniali.   [A.F.]

 

Nicolodi-Argento-Emerson 1980 (Inferno)

 

 

(nella foto: da sinistra, l'attrice Daria Nicolodi, il regista Dario Argento e Keith Emerson, nel 1980)

 

 

 

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Gli anni ’80 tra collaborazioni e reunion parziali

 

11-Emerson-live-DavidLettermanShowKeith Emerson non ha mai vissuto momenti veramente bui e, anzi, per chiunque collaborare con lui era considerato un qualcosa di prestigioso, da inserire nel proprio curriculum. Nei primi anni ’80 il tastierista inizia a interessarsi ai progetti di Raymond Kurzweil, un ingegnere che aveva appena iniziato a produrre tastiere in società con Stevie Wonder come finanziatore. Dopo essere passato da Moog, a Yamaha, a Korg, ecco che ovviamente Emerson non può farsi mancare la tappa come nuovo uomo-immagine di casa Kurzweil e, nel 1986, si esibisce al “David Letterman Late Show” (foto su a sinistra) in una infuocata versione di America, ben supportato dalla ottima resident-band di Paul Shaffer, sfoggiando il suo nuovo, enorme sintetizzatore Kurzweil K250. Ed è divertente notare che, proprio su consiglio di Keith, il K250 fa ancora parte oggi, dopo 30 anni esatti, del nutrito set di tastiere di Shaffer stesso! A metà anni ’80 l'artista cerca più volte di ricompattare lo storico trio, ma ci riesce solo in parte. Il fatto che escano due album, uno senza Palmer e uno senza Lake, è la dimostrazione di ciò che si era sempre detto, fin dagli anni ’70, e cioè che Keith fosse l’animo più solare, pacifico e scherzoso dei tre, tanto da conservare buoni rapporti con entrambi. Purtroppo, però, il tastierista non riuscirà, almeno per questo decennio ancora, a fare da paciere tra il carattere un po’ più esuberante e “fumino” di Palmer e un Lake che, si dice, con il successo era diventato un po’ troppo altezzoso, ma che tornerà a miti consigli negli anni a venire.

12-EmersonLakePowellEcco dunque uscire, nel 1986, l’album intitolato semplicemente “Emerson, Lake & Powell”, con il batterista Cozy Powell (1947-1998), che poteva già vantare un ghiotto curriculum di collaborazioni, tra cui Jeff Beck, Michael Schenker, Rainbow e Whitesnake. La scelta di un album omonimo, proprio come quel primo ELP del 1970, fa pensare alla voglia di ripartire da zero. La voce di Lake è sempre bellissima e, nei dieci minuti circa della straordinaria apertura intitolata The Score, il testo cita persino una frase che fa correre i brividi lungo la schiena degli ascoltatori: “A show that never ends”. Ma a onor del vero, dopo la bellissima opener, l’album si snoda un po’ tra alti e bassi. Il valido Powell riesce a infondere un bel “tiro” al tutto, ma tra le tracce si trovano momenti riusciti, come Touch & Go, o la rilettura di Mars, the bringer of war di Holst, e cadute di stile. In questo senso è quasi agghiacciante il riarrangiamento strumentale di The locomotion, un classico r’n’b della Motown, rivisto con delle tastiere da sagra paesana che riproducono la melodia vocale.

 

Il sodalizio dura poco ed ecco, nel 1988, un “rimpasto”: stavolta rientra Carl Palmer, ma esce Lake ed arriva il polistrumentista americano Robert Berry. Questa volta la band ha un nome: si chiamano semplicemente 3, ma per tutti sono Emerson, Berry & Palmer (foto sotto a destra). Anche l’album ha diritto a un titolo: “To the power of three”. L’intera opera ammicca pesantemente al sound all’epoca in voga nelle radio americane e, francamente, il contributo dei due storici musicisti sembra quasi marginale. Ci sono due soli momenti che rispolverano le atmosfere più prog del passato emersoniano: la toccante On my way home, vera e propria marcia funebre composta dal tastierista per onorare la memoria del grande manager Tony Stratton-Smith (1933-1987), fondatore dell’etichetta Charisma 14-EmersonBerryPalmerRecords e scopritore di Genesis e Van Der Graaf Generator, e la mini-suite in tre parti Desde la vida. Quest’ultima, se sorvoliamo su una certa ingenuità dei testi (che vorrebbero raccontarci una certa Spagna hemingwayana ma lo fanno con piglio didascalico, facilone e da cartolina: “Sangre de toro / drinking the wine / beneath la montagna / the shadows of time”), a livello strumentale ha un bell’incedere epico. Anche stavolta, come era successo con Locomotion, troviamo la cover che non ci si aspetta e che mai si sarebbe voluta ascoltare: in questo caso si tratta di Eight miles high, dei Byrds, in una veste patinata e radiofonica. Oggi Robert Berry ha una vivace attività come produttore e session-man all’interno di progetti molto interessanti, come la band prog-metal dei Magellan e il cantautore jazzy/prog Jack Foster III. Dal punto di vista solista, invece, Berry si alterna tra tante realizzazioni di colonne sonore di ogni genere e album di tipo rock melodico americano; in entrambi i casi, però, suona tutti gli strumenti (chitarra, tastiere, basso, batteria). Ciò fa persino sorgere un piccolo sospetto nell’ascoltatore: che all’epoca Emerson e Palmer avessero scoperto questo giovane promettente e per introdurlo nel music-business avessero accettato di fare un disco con lui, intervenendo però solo in brevi punti e mettendoci soltanto il nome per la maggior parte dell’opera.

 

f3_to_the_pa88fc5d51fd6e6672ea0b6In ogni caso, il buon Berry ha avuto il suo momento di gloria televisiva: nel 1988, infatti, tutte le tv occidentali (in Italia l’ormai chiusa Videomusic) trasmettono integralmente uno show di parecchie ore, che va avanti tutto il pomeriggio e la sera, fino a tarda notte, per celebrare il quarantennale della Atlantic Records. Qui Emerson (nuovamente armato con “arsenale” marchiato Yamaha in bella vista), Berry e Palmer si esibiscono proponendo America e Rondò, dal repertorio dei Nice, non potendo attingere a gran parte materiale degli ELP per un veto legale di Lake, ma riescono comunque a inserire in scaletta Fanfare for the common man. Fu un grande evento nel quale è importante ricordare anche una bella esibizione degli Iron Butterfly, i Genesis in pieno periodo "Invisible Touch", degli Yes in gran spolvero con la line-up di “90125” (in scaletta una infuocata versione di Your move/I’ve seen all good people) e gran finale con una delle rarissime reunion dei Led Zeppelin, con Jason Bonham al posto del padre. Con grande scorno del povero Berry, però, la band viene semplicemente presentata come Emerson & Palmer (dopotutto erano loro i due nomi storici sotto contratto nella Atlantic) e quel bassista magrolino con lo Steinberger a tracolla e la giacca blu elettrico passa totalmente e ingiustamente in secondo piano.

cover_181020712011_rA cavallo tra la fine degli ’80 e i primi ’90 viene realizzato l’album dimenticato per eccellenza di Emerson, quello che i più ignorano: registrato nel 1989 ma pubblicato solo nel 1995, si intitola “Changing states” e contiene provini, versioni alternative di classici come Abaddon’s Bolero, riarrangiamenti di colonne sonore (The Church) e materiale che finirà poi nei dischi degli ELP degli anni ’90. Il massimo motivo di interesse è legato al fatto che si tratta della sola collaborazione di Keith con il produttore, cantante e polistrumentista Kevin Gilbert. Questo nome, che meritava più lustro nella storia del rock, fu scopritore, produttore e in seguito anche amante deluso e tradito di Sheryl Crow, fu colui che lanciò Nick D’Virgilio (oggi direttore artistico del Cirque du Soleil) nell’olimpo del rock e produsse il primo album degli Spock’s Beard. Gilbert morì a metà anni ’90 in circostanze misteriose, ancora adesso non è chiaro se si trattò di suicidio o di gioco erotico finito male. Nel disco suona anche il chitarrista Marc Bonilla, che tornerà più avanti a incrociare il suo cammino con quello di Emerson.

 

Gli anni ’90 e la reunion definitiva

 

L’età matura cancella molti screzi e ammorbidisce certi ricordi del passato e così, finalmente, anche Lake e Palmer, a un certo punto della loro vita, fanno pace. Lo scudo tondo con le tre lettere ELP incastonate dentro può quindi tornare a campeggiare su nuovi album di studio, ma ciò succederà per due sole volte. E, a onor del vero, tra un Emerson ELP_-_Black_Moonall’epoca ancora in gran forma sia come tecnica, sia sul palco, e un Palmer palesemente dedito a esercizi intensivi in palestra, chi esce meno bene dal confronto è Lake, visibilmente appesantito e dal timbro di voce più rauco e meno dolce e suadente rispetto a un tempo. “Black Moon”, album del 1992, tutto sommato è molto piacevole, scorre bene tra brani di più facile presa e di impatto molto immediato, come la title-track e la successiva Paper Blood (due singoli i cui video gireranno abbastanza anche nelle nostre tv), tante ispirate ballads di Lake (Love affairs e Farewell to arms su tutte), immancabili trascrizioni dei classici (stavolta tocca a una bella e riuscitissima Romeo e Giulietta di Prokofiev). Il brano più interessante è senza dubbio Changing states, ma i più attenti tra i lettori di questo articolo avranno già notato questo titolo menzionato in quell’album con Kevin Gilbert che, tra l’altro, ospitava anche già una versione di Romeo & Juliet… 

 

cover_1025101112008Il successivo “In the hot seat”, del 1994, invece assomiglia a un album degli ELP più o meno quanto i grosso modo contemporanei “We can’t dance” e “Calling all stations” possono ricordare i Genesis ai loro fans. Le 10 canzoni pop/rock mid-tempo, tutte di durata compresa tra 4 e 5 minuti, sicuramente sono molto ben confezionate e nemmeno sgradevoli da ascoltare, ma più che agli ELP assomigliano ai molti cloni di Toto, Journey e Foreigner che nel decennio precedente avevano affollato le radio, giusto con qualche ghirigoro di tastiere in più e con un gusto stilistico già un po’ fuori tempo massimo, nell’epoca del grunge. Naturalmente ad ambedue gli album seguono i tour mondiali, ampiamente supportati da pubblicazioni live in CD e DVD immediate e postume, ma il pubblico dimostra di aspettare con ansia durante i concerti, più che i nuovi hit-single, alcuni temi dei grandi classici che gli ELP, così come erano usi fare anche i Genesis dagli anni ’80 in poi, talvolta raggruppati all’interno di grandi medley.

fto_cry_you3ad44ca4c29e32bdafcc5aAlla fine degli ’90 Emerson partecipa all’album-tributo “To cry you a song-A collection of Tull Tales”, dove esegue una sua rivisitazione strumentale di Living in the past, insieme agli ex-tulliani Abrahams, Bunker e Cornick. La versione del brano non è particolarmente eclatante, come per la verità non lo è l’intera compilation (allestita, coordinata e prodotta da Robert Berry! Presente in una buona metà dei brani e impegnato a rotazione su tutti gli strumenti), ma il vero motivo di interesse sta nelle note che accompagnano il brano, scritte da Emerson di suo pugno. Il tastierista, con il suo proverbiale sense of humour, scherza sulla proverbiale tirchieria di Ian Anderson e sulla sua attività di imprenditore nel settore dell’allevamento di salmoni. Il trafiletto emersoniano si conclude con la battuta: “Allora, Ian! Sto ancora aspettando quella confezione di salmone in scatola che mi avevi promesso!

 

Il nuovo millennio

 

18-EmersonPlaysEmersonKeith entra nel nuovo millennio autocelebrandosi e di certo non potrebbe farlo nel modo migliore: il suo nuovo disco del 2002 infatti si intitola “Emerson plays Emerson” ed è un’opera totalmente di solo pianoforte, solo in momenti sporadici accompagnata da basso e batteria, dove (tra riletture, nuovi arrangiamenti e materiale inedito) si può assaporare tutto quanto si sia detto del grande tastierista fino a quel momento: il gusto melodico, il talento per l’improvvisazione, la creatività, il suo amore per le avanguardie e i grandi compositori tra ‘800 e ‘900, le influenze jazz, il ragtime, il grande groove esecutivo, le atmosfere da musical create talvolta anche solo con piccoli tocchi.

L’antologia “Hammer it out, The Anthology”, del 2005 (dal titolo proprio di uno dei più bei brani tratti da “Emerson plays Emerson”) è sicuramente la più completa e capillare raccolta per cover_30320712011_rfarsi un’idea di questo grande artista: si comincia con una registrazione dell’enfant prodige a soli 14 anni di età, per poi passare ai suoi primi gruppi adolescenziali e proseguire, correttamente con un titolo per album, con tutti i più importanti titoli nel repertorio dei Nice e degli ELP, il materiale delle reunion parziali (inspiegabile la scelta proprio di The locomotion, da Emerson, Lake & Powell), i temi delle colonne sonore e fugaci accenti alle ultime realizzazioni del ritorno del trio (la scelta ovviamente cade su Changing states). Veramente un ottimo lavoro, gustosamente assemblato, perfetto per chi vuole avvicinarsi a questo grande artista, ma anche con qualche perla per i fans di vecchia data.

 

Nel 2008 esce l’album omonimo intestato come “Keith Emerson Band featuring Marc Bonilla”, titolo già esplicativo dell’importanza del chitarrista mancino nelle dinamiche del progetto. È davvero interessante sentire un mago delle tastiere, da sempre così istrionico 20-KeithEmersonBand bonillae presente, mettersi a fianco di un virtuoso delle sei corde. Il risultato è probabilmente la miglior opera realizzata da Emerson con una band stabile da molti, moltissimi anni a questa parte e il sound generale è la cosa più simile ai vecchi classici degli ELP, con qualche breve e inaspettato inserto qua e là decisamente “americano”, ben equilibrato tra chitarre e tastiere che ricorda certi nobili esempi di pomp-rock, come i Kansas e gli Styx. Inoltre la bella voce di Marc Bonilla spesso evoca in modo marcato quella di Lake da giovane. Non mancano inoltre alcune fughe organistiche, denominate Presence, che richiamano alla mente i fasti del primo e ormai leggendario album degli ELP.

La band in quell’anno fa un tour che tocca anche molte città italiane. La performance savonese, nella splendida cornice della Fortezza monumentale del Priamar, si apre, con una lacrima di commozione dei presenti, proprio con Hoedown, come quel concerto genovese del 1972 così vicino nello spazio ma così lontano nel tempo. Nel brano di apertura uno scatenato K.E. improvvisa anche scherzosi balletti e gags con l’armonica a bocca. Il concerto è vittima di qualche inconveniente tecnico, con la corrente elettrica che salta su metà del palco ammutolendo una buona parte delle tastiere (organo Hammond, Korg Kronos e Moog Modular), ma il nostro protagonista non si perde d’animo e si lancia in 21-EmersonHughesBonilla liveuna meravigliosa improvvisazione al piano a coda del tutto fuori programma. Risolti i problemi, il concerto è memorabile, con una Tarkus allungata alle soglie della mezz’ora persino con interventi solisti di basso slap e di batteria.

 

Però chi siede nelle prime file non può fare a meno di notare le strane posizioni delle dita di Keith, con il mignolo e l’anulare delle due mani quasi paralizzati. L’artrite inizia a farsi sentire e, man mano che lo show va avanti, lo stoico tastierista fa sempre più fatica. Tra gli ultimi brani, la famosa Honky Tonk Train Blues risulta un po’ “farfugliata”, non certo suonata con la fluidità del passato. “Boys Club-Live from California”, pubblicato nel 2009 a nome di Keith Emerson, Glenn Hughes e Marc Bonilla, profuma quasi più di festosa rimpatriata tra vecchi amici che di gran concerto. Le dimensioni elefantiache dei tour di Welcome back my friends…” e di Works live sono ormai dimenticate. Persino le foto di copertina tradiscono i problemi di salute sempre più gravi alle mani di Emerson. Eppure il tastierista riesce ancora, probabilmente grazie a un uso massiccio di antidolorifici, a regalare delle godibili performances sul palco. C’è emozione nella bella cover di whiter shade of pale, sorprendentemente dominata dalla chitarra ma ben supportata dai caldi e sontuosi tappeti di tastiere di Emerson, che ricorda, molto più che l’originale dei Procol Harum, una bella versione che Hughes aveva già inciso precedentemente insieme a un ispiratissimo e inaspettatamente dolce Tony Iommi. Per i fans più conservatori non mancano nella scaletta dello show le ormai storiche Tarkus e Hoedown. Nel 2010 la storia degli ELP, iniziata in un festival, quello dell’Isola di Wight, si chiude per sempre in un festival: per la precisione l’High Voltage Festival, per un unico concerto reunion pensato per celebrare il quarantennale di carriera della band. Scaletta ricca di classici meravigliosi, che diventa subito un DVD.

 

hqdefaultMa Lake e Palmer, si sa, non riescono ad andare d’accordo per troppo tempo. Così, in quello stesso anno parte il tour intitolato “An intimate evening with Emerson and Lake”, show totalmente acustico che doveva snodarsi tra il 2010 e il 2011 in una prima tranche nordamericana e una seconda in Europa e Giappone. Previste in calendario anche molte date in città italiane, ma la rimozione di un tumore benigno costringe Emerson, dopo poche date negli USA, a cancellare tutta la tournée. La notizia viene data da Lake, che dichiara: “L’operazione è stata estremamente delicata e non poteva essere rimandata”. Per tutto il mondo poteva essere l’ultima occasione per vedere insieme sul palco almeno due terzi degli ELP, e invece si rivela solo l’inizio della fine per Keith Emerson, sempre più afflitto da vari tipi di problemi di salute.

MI0003455507Keith non si perde d’animo e il 30 ottobre 2012 fa uscire “The Three Fates Project”: la sua predilezione per partiture e trascritture orchestrali è nota e in questo album, pubblicato a nome suo, di Bonilla e del direttore d’orchestra norvegese Terje Mikkelsen (sarebbero ironicamente loro le Tre Parche del titolo, visto che il brano Three Fates non è presente in scaletta), esegue dal vivo insieme ai 70 elementi della Munchner Rundfunkorchester, alcuni suoi classici in versione sinfonica, attingendo soprattutto da Trilogy e Tarkus ma prendendo anche dal repertorio di Ginastera (uno dei suoi compositori prediletti) ed eseguendo anche materiale scritto da Bonilla.

 

R-6946059-1430127237-1120.jpegParadossalmente l’ultima pubblicazione di materiale inedito di Emerson, nel 2015, è anche una delle sue testimonianze più antiche: si tratta della registrazione di un live del Keith Emerson Trio (foto a fianco), del 1963. La qualità audio è a dir poco amatoriale e sembra quella di un vecchio grammofono, ma è sbalorditivo sentire come in questo 19enne fossero già presenti le doti tecniche, lo stile, la personalità, l’equilibrio tra jazz, classica e blues che lo faranno diventare uno dei grandi assoluti del rock negli anni a venire. Sembra quasi che Keith avesse già deciso di accommiatarsi dal mondo della musica e abbia voluto salutare il suo pubblico riassumendo 19KEITH-EMERSONnel2006la sua storia “from the beginning”. L’epilogo di tutto ciò, tanto tragico quanto del tutto inaspettato, arriva l’11 marzo 2016. Il tastierista sta preparando un nuovo tour giapponese ma ormai l’artrite alle mani rende sempre più arduo qualsiasi sforzo, al punto che presto non potrà più suonare. Con una decisione estrema viene ritrovato suicida con un colpo di pistola nella sua villa a Santa Monica, in California. L’Uomo abbandona le spoglie mortali, ma l’Artista ci lascia una discografia pressocché sconfinata e uno stile unico, verso il quale molti musicisti dopo di lui saranno per sempre debitori.  [A.S.] 

 

Alberto Sgarlato - Alessandro Freschi

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