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27 Agosto 2012

Raven Sad Layers of Stratosphere

2011 - Lizard Records

RavenSad_Layers_coverUn paio di anni fa su Distorsioni avevamo recensito il secondo album, intitolato “We Are Not Alone”, un concept-album dedicato alla vita nel cosmo, dei toscani Raven Sad, progetto del poliedrico polistrumentista, cantante, compositore, arrangiatore e produttore Samuele Santanna. Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti (sull'Arno) e i Raven Sad, da lavoro di studio di un solista coinvolto in molteplici aspetti della produzione, sono diventati una vera e propria band che, oltre al già citato Samuele (voce, chitarre e tastiere), coinvolge Fabrizio Trinci (tastiere e cori), Simone Borsi (batteria e percussioni) e Giulio Bizzarri (basso). Completano il tutto due ospiti: la corista Camilla Gai e il sassofonista Claudio Carboni. Ovviamente questo ha influito tantissimo sul sound della band, ora più corposo, monumentale, granitico: ce ne accorgiamo fin dalle prime note del CD, quando Door Almost Closed parte con un loop ipnotico di arpeggiatore del synth tra gli Hawkwind, gli Ozric Tentacles e gli IQ di “Subterranea”, su cui si innestano dapprima stacchi dominati dalla chitarra di sapore quasi metal-prog, poi veloci ritmiche a tinte funky.

 

Ma nella seconda parte del brano la tensione si stempera in uno struggente assolo chitarristico gilmouriano. Con gli oltre 16 minuti di Lies in the sand (e qui gli intenditori coglieranno nel titolo un'ironica frecciatina ai Dream Theater) siamo di fronte al capolavoro della storia della band. Il brano contiene tutta l'essenza-Raven Sad: inizio acustico, poi accenti sincopati di piano elettrico tra Supertramp e Steely Dan su cui si innesta un cantato 'saltellante' in modo jazzy ma al tempo stesso venato di amarezza, che potrebbe persino evocare Joe Jackson o gli Style Council. Intorno ai 5 minuti tutto sfocia nel magicoraven sad arpeggio di chitarra che tante bands inglesi anni '80/'90 post-Marillion avrebbero sognato di scrivere, poi un crescendo fino a un epico tema di Moog e Mellotron, e finalmente, attorno ai 9 minuti, arriva la chitarra solista che vi mozzerà il fiato! Credete a queste parole: è raro sentire in una produzione italiana suoni di chitarra così massicci e corposi, siamo al Rotheryanesimo di più alta scuola. E verso i 14 minuti ci avviciniamo al liberatorio crescendo conclusivo, che ci porterà verso una struggente coda pianistica.

 

L'introduzione acustica di Mind Flies è forse il momento più vicino ai Raven Sad del precedente disco, mentre i temi di synth che si susseguono nel brano potrebbero far pensare ai Marillion da “Clutching at straw” a “Seasons' End”. The highest cliff è forse uno dei momenti più emozionanti in assoluto del disco assieme a Lies..., con un'entrata del cantato che non potrà fare a meno di evocarvi il Fish più introspettivo e sofferto dei suoi ultimi due o tre album solisti e con un altro assolone di chitarra da brividi, se è possibile forse ancora più bello dei precedenti. Chiude l'album la lunga ballad floydiana Lullaby for a son e qui, davvero, non potrà non scendervi una lacrimuccia di commozione. Degna chiusura di un disco immenso mentre le ultimissime note sfumano negli stessi drones sintetici che avevano aperto l'opera. Chapeau.

Alberto Sgarlato

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