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7 giugno 2012

Ronin

FENICE

2012 - Santeria

RONIN: “Fenice”, 20 Gennaio 2012, Santeria

 

ronin feniceDopotutto da un personaggio eclettico e fuori dalle righe come Bruno Dorella c’era da aspettarselo. “Fenice” è la risposta più tempistica e sferzante che un personaggio arguto e originale come lui potesse dare a chi ancora si stesse chiedendo le motivazioni che hanno portato alla repentina chiusura di Bar La Muerte, la sua lungimirante e coraggiosissima etichetta discografica che ha portato alla ribalta gruppi come: R.U.N.I., Bugo, Larsen, Allen, solo a voler citare alcuni nomi tra i più rappresentativi dello spirito ribelle e realmente indipendente del progetto attivo fin dal 1999. Il Ronin è un guerriero fiero e senza padroni, la Fenice risorge sempre dalle proprie ceneri. Provate voi a trarre la conclusione. Sta di fatto che quest’album nella sua molteplice varietà di richiami ai più disparati generi musicali e al modo bizzarro e fantasioso con cui ne avviene l’accostamento, è incredibilmente fluido e compatto.

 

Un perfetto caleidoscopio di dosaggi, sfaccettature, colori, sfumature e geometrie. Il più delle volte un etereo fluire di pochi accordi che da intrecci minimali si dipanano con leggerezza in libera esplorazione di spunti e intuizioni che suonano perfettamente estemporanei. Freschezza, intuizione, armonia, gioco, esplorazione e poetica malinconia. Spade si snoda su lievi puntellate di chitarra (il fingerpicking dei Bachi da Pietra!) a tratti dilatate da interventi ritmici ed espansioni sonore ma poi il martellio si fa strada e per tutta la durata del pezzo si continua a seguire la sua scia e la sua ritmica inconfondibile. Un incanto ammaliante che in parte si ripete in Fenice: sognante, crepuscolare, vibrante e delicatissima, con archi e mandolino che si insinuano tra note di chitarra e spolverate ritmiche. Selce racchiude in sé i colori caldi che precedono il tramonto, tocchi che si disperdono in un orizzonte lontano, in una prospettiva sfocata e soffusa, una chitarra vagamente desertica e morriconiana sembra volerne tracciare una ideale scia di contorno.

 

Jambiya è un taranta surf che si incanala in una suspence polizziottesca ed esplode in cavalcate ritmiche forsennate, l’impronta dei tellurici Zeus!, con Paolo Mongardi alla batteria, decisamente si avverte. La sezione fiati continua ad impressionare in Conjure men: tribale, con languori tex mex e free jazz non può che riportare alla mente alcuni scintillanti colpi di genio attribuibili a personaggi quali Nicola Manzan (Bologna Violenta) e Enrico Gabrielli (mi limito solo a ricordare i Calibro 35) che danno man forte all’organico. Country blues e folk onirico, echi psichedelici e suggestioni da reframing filmico. Delicatissima la sospensione liquida scandita dalla voce di Emma Trinca ne It was a very good year di Ervin Drake che se vogliamo aggiunge spessore emozionale all’interpretazione di Sinatra. In questo disco suona bene l’evocazione, la divagazione tra rimembranze roots e trame rarefatte che fanno pensare ad un’evasione soporifera, a scintillii volutamente sfocati. Un lavoro di grande impronta identitaria in cui il quartetto mette a punto una confluenza di personalità che in un rincorrersi vorticoso e sincronizzato sanno congiungersi e rimanere se stesse come in una mirifica esecuzione orchestrale o in una danza tribale che tesse figure mediante l’intreccio dei corpi.

 

Romina Baldoni

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