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30 Maggio 2016 ,

Ykymr SPRING FIELDS BECOME A HUMMINGBIRD

7 maggio 2016 - Le Bél Netlabel

Non capita spesso di dover parlare di un disco del cui autore non si sa praticamente nulla, già il moniker scelto non potrebbe essere più criptico, l'unica foto trovata in giro ha il viso oscurato, lo stesso comunicato stampa dell'etichetta che lo pubblica, la piccola e meritoria Le Bél Netlabel, è quanto di più scarno si possa immaginare, sappiamo soltanto che oltre che musicista il Nostro è fotografo e scrittore. Ma in fondo quel che conta è la musica e qui le cose si fanno quantomeno più chiare, quella di Ykymr è una folktronica che trae ispirazione dalla contemplazione della natura, come è evidente dal titolo di questo disco e degli altri precedentemente realizzati: “Summer Holiday” (2013) “Autumn Leaves” (2013) “We Were Seeing The Sea Beyond The Fog” (2014) “Green Hour Has Come” (2015). Qui siamo in primavera, ma sarebbe un errore aspettarsi tracce allegre e spensierate, quella di Ykymr è al contrario una musica che invita alla meditazione e alla riflessione, potremmo immaginarla come colonna sonora per le migliaia di suoi connazionali che si recano a osservare, incantati e con gli occhi pieni di meraviglia, i ciliegi in fiore.

 

Ykymr costruisce i suoi brani intorno a esili e scarne strutture melodiche nelle quali prevalgono gli strumenti acustici, chitarra e piano in particolare, a volte sorrette da percussioni e nelle quali l'elettronica entra timida, in punta di piedi a supportare suggestioni e sensazioni. Dopo i pochi secondi dell'introduttiva Sorry, Fall In Blue e Nervous Club Weekender sono i brani più ariosi e primaverili, particolarmente il secondo si fa apprezzare per la sua ipnotica circolarità. Con la pur ritmata Heartbeat si affacciano elementi più meditabondi nel fingerpicking della chitarra, aspetto che trova conferma nella suggestiva Snow In The Southerly: qui il canto degli uccelli e un'elettronica evanescente inframmezzata dalle note di un piano danno al brano un'atmosfera raccolta e malinconica. Sleepy è invece inquieta e rimanda a turbate sonorità nordiche alla Sigur Ros, mentre la conclusiva Spring Fields è un oscuro e stralunato assolo di un piano il cui poco limpido suono sembra perdersi in un altrove sconosciuto.

Ignazio Gulotta

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