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14 luglio 2017 ,

Analogue Wave

HOPE

24 Marzo 2017 - Autoproduzione - EP 3 brani

Analogue_Wave_-_Hope_(cover)Il 2016 è stato un anno di disastrosi sconvolgimenti sociali e politici che hanno ridisegnato i fragili equilibri del nostro tempo. Dall’elezione di Trump alla Casa Bianca alla Brexit, passando per i vari attentati in giro per il Vecchio Mondo, gli eventi del 2016 hanno finito per lasciare strascichi e ferite nella società occidentale a tutti i livelli. Ancora una volta è la musica a farsi portavoce del disagio esistenziale di un’intera epoca storica, raccontando in tutta la sua crudezza il presente e il futuro della nostra civiltà. Nello specifico, i fatti sconcertanti verificatisi l’anno scorso hanno trovato ampio spazio nella scrittura del duo elettronico irlandese Analogue Wave, che con il loro EP autoprodotto “Hope” manifestano tutta l’inquietudine che anima il dibattito politico e sociale contemporaneo. “Hope è la reazione sonora all’agitazione sia politica sia climatica che attualmente minaccia la vita moderna per come la conosciamo (spiega Del Chaney, il vocalist del duo e partner in questa avventura musicale di Andy Sneyd). E’ stato scritto all’ombra di quella grande farsa che è stata l’elezione presidenziale negli Stati Uniti e del processo di separazione della Gran Bretagna dall’Unione Europea”.

Analogue-Wave-Il grande merito dei due songwriters è stato di riuscire perfettamente a trasportare nel loro disco lo sdegno e la preoccupazione dell’anima progressista euro-americana, che si oppone con vigore agli autoritarismi e ai nazionalismi. Tanto la title-track, sia in versione originale che nel remix “short cut” a cura di Tuath, quanto Mezkal (Ummagma Remix) trasmettono esattamente quel sentimento di angoscia e oppressione che i due autori volevano comunicare attraverso una cupa tempesta elettronica e dub step di chiara discendenza Depeche Mode.

L’unico lato positivo degli eventi dello scorso anno, quindi, è il risvegliarsi delle coscienze anche tra i musicisti, che troppo a lungo si sono cullati su gioie effimere senza concentrarsi sui mali della società che solo la musica, nel suo mix tra parole e suoni, può denunciare in tutte le sue sfaccettature. Il disco, in fondo, si chiama “Hope”, e la speranza è proprio che dalla musica si possa trarre materia per livellare il piano inclinato su cui sta scivolando la pallina del mondo.

 

Riccardo Resta

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