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4 gennaio 2014

Un-reason

UN-REASON

2013 - Patetico recordings

Un-reason UN-REASONGli Un-reason sono Elio Isaia (voce e chitarra), Giorgio Bormida (basso, chitarre e piano), Jon Griffin (chitarre), Jan Maio (tastiere) e Lorenzo Bartolini (batteria) e per la Patetico Recordings di Philadelphia danno alle stampe il loro debutto omonimo: ci troviamo di fronte a un album di dark-prog acido e tenebroso, 11 tracce che per sonorità e atmosfere non sfigurerebbero affatto nell’ormai sempre più nutrito catalogo dell’etichetta K-Scope, il marchio inglese che ha come patròn quel genio poliedrico e versatile che è Steven Wilson. La prima traccia, A Place of Truth, è caratterizzata da un’impronta alquanto minimale, dove agli arpeggi molto asciutti delle chitarre fanno eco le tastiere di sapore sinfonico di Maio, con un cantato giocato su registri più acuti che a tratti evoca persino un giovane Peter Gabriel. Tutto si sposta su sonorità ben più hard, tra Opeth e Katatonia, nella successiva Blinks, dove il cantato filtrato (escamotage di scuola molto wilsoniana!) impone un'ulteriore cupezza al mood generale.

 

Run Back è di nuovo più rilassata nel gusto e nelle melodie, rispetto alla traccia precedente, con un incedere vagamente cantilenante che può remotamente evocare i Radiohead o, persino, certi Muse, ma con un cambio di atmosfera verso i tre minuti del brano (mediamente la durata delle singole tracce è attorno ai 5/6 minuti) verso il new-prog sinfonico più classico, prima di rientrare nel ritornello. Under è forse uno dei momenti del disco più vicini ai Porcupine Tree, ma con un cantato che, nella sua drammaticità, ricorda a tratti persino Perry Farrell dei Jane’s Addicition. Too Deep è sicuramente il momento con le sonorità più estreme, per durezza e acidità, dell’intera opera. La parentela vocale con Farrell riemerge, forse ancora più presente, in Twisted Metal, traccia in cui ritroviamo quell’equilibrio tra minimal e sinfonico dell’opener: qui le tastiere esprimono davvero al massimo il loro lirismo orchestrale. Kids Hurting Kids, uno degli episodi più riusciti del disco, potrebbe quasi essere un’ipotetica B-side di un singolo tratto da “In Absentia”, dei Porcupine Tree. Una curiosità da segnalare: in Open troviamo come ospite un vero “gigante” della new-wave degli anni ’80, quel Martin Atkins che fu batterista nei PIL e nei Killing Joke. Un plauso, infine, alla bellissima copertina, perfettamente allineata con tutta una certa iconografia di genere.

Alberto Sgarlato

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