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2 gennaio 2018 ,

Tjs

TJS

13 aprile 2017 - Autoproduzione

Quando parte il fuzz di Tarantula, opener dell’album omonimo dei TJS, band composta da Giuseppe Ferdinando Zito (voce e chitarra) e da Lorenzo Elia Mariani (voce e batteria), l’aria si sposta e si viene attraversati da una percezione di animalità diffusa da un suono estremamente dinamico e granitico nella sua sostanza. Le sinapsi trasmettono connessioni che conducono direttamente più agli Smashing Pumpkins e ad una dimensione sonica prossima agli anni novanta, piuttosto che alla sensibilità di The White Stripes. Sono le stesse illustrazioni dell’album a dichiarare la diretta derivazione di una musica fatta di carne, di ossa da spaccare e di muscoli dalle cui fibre si generano immaginifiche belve feroci. Zito e Mariani suonano come se non ci fosse un domani da raccontare e con una urgenza che colpisce dritta allo stomaco spezzando il fiato. La resa dell’album ha uno spessore materico, grazie a una produzione curata dagli stessi TJS e da Antonio Polidoro che cattura realisticamente la potenza esorbitante, la compressione delle chitarre, le profondità ritmiche e i cambi di tempo.

 

Ogni traccia descrive le desolazioni di un paesaggio immaginario utilizzando l’idioma di un crossover che reca l’impronta di Mike Patton e del suo multiforme ingegno, così come tracce dei Kyuss e della loro polvere desertica usata come cartavetrata da strofinare sulla faccia. Scorrendo gli oltre cinquanta minuti dell’album, strutturati in dodici tracce, ognuna delle quali con un nome di animale più o meno letale, non si avverte alcun calo di tensione ed i ritmi sono sempre serratissimi: tracce come Dragonfly, Dobermann oppure Mammoth possiedono una ferocia perfettamente rappresentativa della cupezza dei nostri tempi. Il cuore nero, tinto di una notte che stenta a passare. Esordio che lascia il segno, come di una vecchia cicatrice.

Giuseppe Rapisarda

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