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25 febbraio 2016

Difiore

SCIE CHIMICHE

8 gennaio 2016 - Autoproduzione

Difiore SCIE CHIMICHEDifiore, milanese classe 1974, è sicuramente uno che fa le cose con molta calma: aveva già 34 anni quando ha debuttato con il suo album “Artigianato”, al quale ha lavorato per oltre due anni e adesso, dopo la svolta anni ’80 di “American Disaster” (del 2012), per questo “Scie chimiche”, con il quale ritorna alle sue radici, ce ne ha messi più di tre.

Per carità, massimo rispetto per cotanta tenacia e dedizione: questo artista ha dedicato la sua vita a questa grande passione, raccogliendo risultati notevoli, fatti di passaggi in radio e di collaborazioni interessanti… Però, tutto sommato, questo suo nuovo lavoro non è certo un’opera particolarmente memorabile per originalità e personalità. Lo spettro del primissimo Luca Carboni (quello di Fragolebuone buone e di Vieni a vivere con me, giusto per capirci) aleggia con una certa prepotenza su tutte le tracce del disco, ma in modo particolare nella reggaeggiante Perdere l’ispirazione (titolo profetico?), mentre Novecento sembra un po’ un cocktail di Ivano Fossati e di De Gregori (sempre il tutto filtrato attraverso un’ottica “Carbonara”, ci siamo capiti…). In bilico, invece, è influenzata da un altro dei grandi amori di Difiore: la musica brasiliana. E questo tocco di saudade, di sincera malinconia, ne fa probabilmente l’episodio più riuscito e toccante di tutto il disco.

Sì, insomma, nell’album c’è dentro di tutto un po’: persino effimeri echi qua e là di Lolli, Bennato, Claudio Rocchi, Goran Kuzminac… Ma tutto sa di già sentito. I testi sono comunque interessanti e meritevoli: d’altro canto Difiore ha molte cose da dire – questo è innegabile - e lo dimostrano i suoi molteplici campi di interesse, che lo vedono impegnato in blog e podcast radiofonici, fino ad arrivare alla pittura e alla fotografia.

Non sarebbe giusto liquidare sbrigativamente e negativamente un artista così complesso e variegato: la sua opera sicuramente troverà molti estimatori, può piacere o non piacere, ma a tratti dà l’impressione di non arrivare a convincere fino in fondo.

Alberto Sgarlato

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