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21 giugno 2017

Xayra

RESILIENCE BLUES

21 novembre 2015 - Autoproduzione

Massimiliano Speri (chitarre, piano, armonica, sintetizzatori e voce), Costantino Ragno (chitarre), Italo Ragno (batteria), Gian Mario Bachetti (basso), costituiscono il nucleo dei romani Xayra, termine vietnamita che nell’italico idioma tiene luogo di “accade”. Il loro album d’esordio, “Resilience Blues”, prodotto con la collaborazione di Fabio Grande, dell’accadere, per l’appunto, fa il suo emblema espressivo. Undici frammenti di notevole matrice rock-blues, con taglienti e oblique rasoiate di songwriting bagnate in soluzioni di soda caustica. La voce di Speri è intensa al punto giusto, come corposo e senza fronzoli retorici è il suono complessivo dell’album. Per essere il primo cimento discografico dei Nostri, il tenore d’insieme dell’opera è alquanto maturo e pregno della consapevolezza dei propri mezzi espressivi, dall’incipit, la title-track Resilience Blues, laddove il corposo e abile cantato si coniuga con sonorità di decisa linea alt-rock, e proseguendo per il frammento deviante di Bipolar Lament sostanziato di lievi spruzzi psichedelici. Un robusto rock’n’roll d’abbrivio permea la traccia successiva, I Might Be Happy, con le chitarre in bella evidenza, mentre a più quiete atmosfere sembra adeguarsi il segmento melodico di Bye Bye, Myself, lenta filastrocca per voce e chitarra lievemente accennata. Altri brani che paiono spiccare maggiormente: Useless Escape From My Sweet Terrible Nowwhere, chitarra in bruciante declinazione e voce in tono, per una linea compositiva in chiave “PaisleyUnderground; la psichedelica e avvincente No Pleasure At All, dalle atmosfere in lenta dissolvenza e come circonfuse di una sottile nebbia sensoriale; la superba An Endless Aeon Of Silly Silly Sorrow, a nostro parere di gran lunga la traccia migliore dell’album, una sorta di estenuata cavalcata di oltre dieci minuti lungo immaginarie distese desertiche, nella quale il cantilenare della chitarra s’associa alla voce dolente e decadente, prima di cedere il passo a ritmi di sostenuto desert-rock, con punte di rocciosa robustezza sonica, per poi riattingere, attraverso esili note pianistiche, il morbido soffio melodico delle cose che tramontano. Un lavoro di eccellente fattura, invero.

 

Rocco Sapuppo

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