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26 aprile 2012

Fadà

POLVERE DI MUSICA

28 Novembre 2011 - Autoproduzione/Synpress 44

Fadà POLVERE DI MUSICAPartiamo dal presupposto fondamentale, e purtroppo incontrovertibile, che questo filone stilistico nato già a cavallo tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90 con gruppi come Mau Mau, Modena City Ramblers e Orchestra Bailamme, e proseguito fino ai giorni nostri con artisti del calibro di Davide Van De Sfroos, questa corrente che mescola una certa esuberanza post-punk con contaminazioni etniche di tutto il mondo, dai Klezmer allo ska fino a suggestioni in qualche modo western e con accenni della storica tradizione cantautoriale italiana, sì, insomma questa patchanka figlia allo stesso modo dei Mano Negra, di Morricone, di Nino Rota, di De Andrè e di Paolo Conte, ha detto davvero quasi tutto quello che aveva da dire, è stata spremuta eccessivamente, fino a nauseare l’ascoltatore. Non passa giorno che in qualche programma televisivo o radiofonico dedicato alle band emergenti, nelle recensioni delle riviste e dei siti dedicati alla musica più alternativa (davvero ancora alternativa?), nei festival dedicati a giovani gruppi, non appaia qualcuno, sia esso un singolo artista o un ensemble, che ripropone questo genere.

 

Questo cantautore che si fa chiamare Fadà, però, mischia ulteriormente le carte in modo gustoso e brillante. Nell’opener Cinema e le pazze stelle appaiono persino spigolosità geometriche quasi jazz-rock, ad esempio; e poi, tra i vari brani, troviamo un abbondante uso dell’elettronica, sbuffi di sintetizzatore vivaci e scoppiettanti, decisamente inconsueti in contesti così giocati su timbri acustici, tessiture ai limiti del funk, un ottimo uso della voce tra chansonnier e rap. E soprattutto non manca l’ironia: la capacità di non prendersi troppo sul serio, oggi, è la chiave per emergere tra troppi giovani esordienti che si sentono già vecchi tromboni. Tanta ironia. Come in La donna cervello, dalle ritmiche quasi hip hop e dalle rime tra Capossela e Caparezza, senza ombra di dubbio l’episodio migliore dell’album. O anche Il Poeta (“… Da grande volevo fare l’atleta, e sono finito a fare il poeta…”). Concludendo: un’opera intelligente, che riuscirà a farsi ricordare degnamente nel panorama ormai asfittico in cui si colloca.

Alberto Sgarlato

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