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8 luglio 2013 ,

La Colpa

MUTUO PERPETUO

2013 - Autoproduzione

lacolpacoverRimane immediatamente impressa la copertina rosso fuoco di “Mutuo perpetuo” dei milanesi La Colpa, con quel cagnaccio arrabbiato che sembra uscito dalla penna di Gustave Dorè per descrivere le pagine più crude dell’inferno dantesco. E invece l’inferno che descrivono questi quattro ragazzi è quello che viviamo tutti i giorni, nelle penitenze della nostra faticosa quotidianità che si ripete giorno dopo giorno come un flusso inarrestabile, come un moto perpetuo. Anzi, come dice il titolo, come un Mutuo Perpetuo, come uno scotto da pagare, non si sa a chi, non si sa perché, e per colpe che non abbiamo. E questo senso di angoscia, di frenesia quotidiana, è ben trasmesso dal sound compatto e corposo che la band riesce a generare, denso come asfalto, caldo come lava: un noise-rock arrabbiatissimo, figlio dei Sonic Youth ma accelerato dalle urgenze e dall’impeto dell’hardcore. Le chitarre sono sature come nel trash metal, come nello stoner, ma il modus operandi, la velocità, persino gli stimoli, sono quelli del punk. Ma a fare la differenza, a dare quel tocco in più, sono i testi del cantante Marco Muscarà, che li interpreta con trasporto e con un timbro vocale caldo, suadente, quasi figlio del grunge di Pearl Jam e Alice in Chains. Un approccio sonoro così energico potrebbe fare facilmente scivolare il progetto nella “rabbia a tutti i costi”, nel nichilismo autocostruito e autocompiaciuto, percorsi già troppo sfruttati e spesso fastidiosamente caricaturali, al limite dell’autoparodia. I La Colpa riescono con gusto e intelligenza a schivare tutto ciò grazie a un’arma che in questo genere è troppo poco conosciuta: quella dell’ironia. I testi arguti di Muscarà riescono a rendere lieve, con classe e misura, il tutto, grazie proprio a questo taglio ironico che traspare già dal titolo dello stesso EP, ma anche da quelli di altre tracce, come Piano Biblico di Salvezza o La Dittatura degli Anestesisti. Perché gli orrori della vita si possono raccontare anche con l’occhio cinico e disincantato del Giullare che dice che il re è nudo, che tutto il suo regno fa schifo e che il popolo è stufo. Bravi, ragazzi.

 

Alberto Sgarlato

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