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3 aprile 2016 , ,

Mulbö

MULBÖ

11 dicembre 2015 - Dischi del Minollo

Otto segmenti rumoristico/elettronici che concatenati uno all’altro formano una suite esclusivamente strumentale di oltre trentacinque minuti che non passa inascoltata, ecco quello che ci propone Mulbö, quartetto torinese, dalle belle ambizioni che, almeno in questa prima prova, non vanno certo disattese. Il progetto è compiuto e diviso tra cacofonie concrete e ritmi più sostenuti e persino “danzerecci”.

Humbaba, che apre l’album, è sintomatica dello spirito del gruppo, ha risonanze anni ottanta, sia nei ritmi, sia nella chitarra à la Cure, ma ha anche momenti crudi e laceranti sottolineati da un sax lontano e straniante. Kobe vede invece il gioco di rimandi nel duello tra il basso e una chitarra ancora calati gioiosamente nei più oscuri anni ottanta. Altre cose sono più rarefatte, Szen Ji ha la liquidità e il ritmo pacato delle gocce di pioggia sull’asfalto, mentre Reamut, Marno Edwin, e Thallium Case (quest’ultima ricorda il Brian Eno rock del primo album), affondano le radici in una disco cibernetica e robotica ma allo stesso tempo caotica e tribale, quando invece Noun paga un piccolo debito ai Kraftwerk più melodici post anni settanta.

Oltre agli anni ottanta più dark come riferimento principale evidenziato dal basso ossessivo che marchia a fuoco quasi tutti i brani, il sax strisciante ha echi di lacerazioni free e l’elettronica utilizzata da tutti e quattro i membri del gruppo conduce in territori spacenoise che spostano il baricentro verso ambiti esplorati dai pionieri della musica più cosmica e siderale. Un ottimo esordio destinato agli ascoltatori che non si accontentano di melodie semplici e orecchiabili.

 

Maurizio Pupi Bracali

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