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31 ottobre 2016

Luca Di Maio

LETIANA

18 marzo 2016 - Autoproduzione

Luca Di Maio nasce a Napoli nel 1980, reduce dal progetto Insula Dulcamare conclusosi nel 2012, torna in vita senza più pseudonimi con l’album autoprodotto “Letiana”. Dai disegni fanciulleschi presenti sul disco raffiguranti due uccelli dai colori autunnali potremmo quasi aspettarci un ordinario sound cantautoriale ma così non è, l'artista napoletano sa bene quello che sta stornellando. Al primo ascolto arriva chiara l’idea di un album tutto italiano, gli echi di Battisti e di un giovane Celentano si mescolano a più riprese toccando un cantato cantautoriale fino ad includere un sound più sperimentale e mai banale, soprattutto con l’uso di strumenti come il theremin. La voce è accompagnata dalle chitarre di Alessandro “Asso” Stefana, dai bassi suggestivi di Federico “JolkiPalki” Camici e dalle percussioni di Marco Parente a cui è affidata anche la produzione artistica dell’album.

 

La scelta del titolo arriva casualmente da una lettura sul giornale in cui il nome Letiana era associato a donne senza marito e figli accusate di stregoneria. Letiana rappresenta i reietti, gli ultimi, il soggetto preferito di chi ha voglia di produrre suoni che transitano dall’intimità del vissuto alle corde. Migrare è una preghiera, un invito celato nelle parole di una divinità, ha il sapore della terra, del sudore e dell’ingenuità, è molto vicino ad un frammento biblico. Il secondo singolo estratto dall’album è Sabbia, con la cupezza dei ritmi etnici e di lamenti ammiccanti. Le relazioni sentimentali e familiari, i gesti quotidiani e banali che ci aspettiamo dal giorno e la consueta rassegnazione ad essi è tutto ciò che troviamo in Normalità, primo singolo del disco. Passività e violenza, promesse personali e rivincite con gli altri, stereotipi sconfitti, natura contaminata ed immigrazione, sono tutte le questioni che scorgiamo fino alla titletrack. Qui i suoni si fanno quasi funerei e atti ad una danza rituale, accolgono un testo breve simile ad una filastrocca. L’album si chiude con l’elegante e delicata Buonanotte Irene, dalle parole forti ed evocative. Un disco lontano da quel genere cantautoriale indie che siamo abituati spesso a sopravvalutare, i temi spinosi sono qui raccolti da mani adulte e consapevoli e raccontati a chi sa aprire le orecchie. Un consiglio per l’ascolto: “scartare questa caramella di carta e suoni” ed accoglierlo come una ventata d’aria fresca. 

 

Elisabetta Di Cicco

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