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8 novembre 2016 ,

Alga Kombu

IN FIN DEI CORPI

1 marzo 2016 - Sincope

Scordatevi il wasabi ed ogni altro più o meno raffinato ingrediente per piatti orientali. Perchè il quartetto Alga Kombu issa impavida la bandiera dei referendum del ‘74, e del ‘81 (divorzio ed aborto, tanto per essere chiari) mettendo in scena un “feminist punk” posteriore e carnale, rabbioso e politicizzato come si conviene ad ogni centro sociale okkupato, variegato di un umore dark che forse piacerebbe agli eredi di Siouxsie e Joan Jett.
"In Fine dei Corpi" ha sound duro quanto basta, doppia chitarra, tatuaggi, piercing, ancora qualche cresta colorata ed un femminismo combattente da prima linea in qualunque manifestazione antagonista, fosse per la salvaguardia delle balene, per il gaypride o per l’abolizione di Equitalia. Ma almeno con la certezza di una buona tecnica e di un solido sound d’assieme, che rivede certe torbidezze da ‘80 alternativi sotto il segno del grunge più hard.
Declamato, più che cantato, in italiano incontrovertibile («le mura sottili coprono i lividi… non riesci a fermare il rumore col mantra della questione privata» si dice in La Cultura Dello Stupro), scritto e stampato su un bel booklet in rigorosissimo bianco e nero, tutto senza alcun timore di essere anche fortemente ideologico («froce sempre, fascisti mai!!!»).

Buon per loro, perché dove c’è idea, giusta, sbagliata o massimalista che sia, almeno c’è consapevolezza del proprio ruolo.

Giovanni Capponcelli

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