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28 giugno 2016 , ,

Winter Severity Index

HUMAN TAXONOMY

15 maggio 2016 - Manic Depression Records

Cosa ben rara in Italia, le Winter Severity Index sono un duo tutto al femminile, formato da Simona Ferrucci (anche curatrice dell’elegante e raffinato artwork del CD) e Alessandra Romeo, attive dal 2009 (con qualche avvicendamento a fianco di Simona) e giunte qui al quarto disco tra LP ed EP. L’album si apre con lo strumentale Paraphilia: su una ritmica alienante, di sola cassa, satura di frequenze basse, si snodano dapprima lunghi “sweeps” di tastiere dal timbro bello “ciccione”, caldo e avvolgente, sui quali iniziano ad apparire in modo quasi remoto arpeggi di chitarra, taglienti, sibilanti, pieni di flanger e di chorus, molto “ottantiani”; la chitarra si fa via via più presente, gli intrecci più complessi, le sovrincisioni più fitte, finché verso il quarto minuto la traccia raggiunge l’apoteosi del suo crescendo, per poi azzerarsi poco dopo. Questo golosissimo brano rappresenta un po’ una singolare deviazione, tra sperimentazione, minimalismo e ambient, di un album che, dalla successiva Athlete, più legata alla forma-canzone, diventa un puro manifesto di new-wave: quella di The Sound, dei Joy Division, persino con qualche spruzzata di Bauhaus nelle atmosfere e di Siouxsie, nella drammaticità delle linee vocali.

 

Le due artiste si firmano con i propri nomi senza associarli agli strumenti: vista la tavolozza variegata di sonorità che possiamo sentire nel disco, tra linee di basso corpose e in primissimo piano (secondo la miglior tradizione del genere), chitarre molto effettate, tastiere ora più tintinnanti, come campanelli, ora più nasali e gommose (anch’esse frutto di un lavoro di timbrica estremamente rigoroso nei confronti della filologia dell’epoca), scopriamo essere, delle due, Simona la polistrumentista, dedita a un complesso e scrupoloso lavoro di sovrincisione. Il tutto su ritmiche scandite da una drum-machine quadrata e ossessiva come si usava ai tempi dei Suicide e dei Soft Cell. Un titolo, Aquiet Life, ci fa persino pensare a un omaggio a un celebre album dei Japan, anche se in realtà, pur ascrivibile al genere, suona in modo molto diverso. Il risultato globale dell’opera è senza dubbio godibilissimo: se le sette tracce del disco ci riportano indietro fino all’Age d’Or di tutto il movimento post-punk, la produzione è, al tempo stesso, moderna, curata e suona sicuramente più fresca e brillante rispetto al materiale d’epoca.


 

Alberto Sgarlato

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