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29 dicembre 2015

Quiver With Joy

GHOST

21 novembre 2015 - Autoproduzione

Quiver With Joy GHOSTCi siamo mai chiesti se l'intimo rapporto che lega la vita alla morte è lo stesso che intercorre tra passato e presente? E perché il passato ha sempre un retrogusto di rimpianto mentre il futuro ci fa paura come qualcosa di estraneo e che ancora non ci appartiene? Il futuro arriva, non dipende da noi e ci inquieta perché, come diceva Jacques Derrida, la paura del fantasma è sempre la paura dell'Altro. Forse non è un caso se l'album di esordio dei Quiver With Joy si intitola proprio “Ghost”, che non nasconde il nucleo concettuale a cui appartengono i dieci brani della tracklist: il tema della vita, di quello che avverrà domani e che scaturisce da ciò che abbiamo perso o lasciato andare via. L'album, registrato dalla band in autarchia presso lo Spazio ZUT di Foligno, è un contenitore variegato da un mood sfuggente difficile da inquadrare con una definizione accomunante e precisa, considerato che ogni brano ha connotati che appaiono del tutto slegati dal contesto. La natura complessa della materia con cui è plasmato l'album necessita di vari passaggi nel lettore prima di entrare appieno nelle sfumature e nelle fibre delle canzoni.

 

Ecco che allora troviamo lo spleen cosmico di Tonight, con il piano e la batteria marziale a disegnare languori alla Radiohead, oppure il climax della successiva Feel Alright in cui la delicatezza si stempera in umori post rock. Se con la traccia omonima si entra in un territorio languido e voluttuoso, sottolineato dalle vibrazioni eteree del theremin di Vincenzo Vasi (Capossela, Mike Patton, Mauro Ottolini, Ooopopoiooo) che potrebbe essere stata scritta dalla penna di Jacco Gardner, con il successivo intermezzo strumentale di Landscape n. 1 si esplorano lande misteriose in scenari da southern noir alla Nic Pizzolatto, così come Ride My Bed e Jenny Dolly , invece, rimandano alle atmosfere dei Gatto Ciliegia Vs il Grande Freddo di “Disconoir”. In chiusura troviamo due delle tracce migliori: Cross The River al cui turbinio malinconico non si può fare altro che abbandonarsi e The Fall (Thoughts), probabilmente il vertice dell'album ed anch'essa immersa nel fluido sonico dei Radiohead. “Ghost” è un album degno di nota che probabilmente pecca di una eterogeneità da calibrare meglio in futuro, considerato che nella parte centrale si avverte una certa discontinuità di tensione emotiva. Comunque, una prova di capacità e qualità senza dubbio superata.

 

Giuseppe Rapisarda

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