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19 settembre 2015 ,

Wonder Vincent

FIORI

23 settembre 2015 - Autoproduzione

Wonder Vincent FIORII Wonder Vincent, da Perugia, offrono una musica difficilmente catalogabile, fatta di granitici riff chitarristici da stoner, imprevedibili accenti spostati e stacchi repentini da prog-rock, momenti bluesy e altri quasi più da southern rock, scanditi da chitarre slide. Improvvisamente le colline umbre si trasformano nel deserto del Nevada, nelle lande assolate e desolate del Texas, nelle spiaggie della California, attraversate da un sound che, nella sua folle e deragliante corsa, si sporca di volta in volta di Monster Magnet e Queen of the Stone Age, di Foo Fighters e di Jane’s Addiction, di Dinosaur Jr., di Red Hot Chili Peppers (questi ultimi in particolar modo in Please), di coretti e armonie vocali alla Aerosmith (nell’intro di Gelsomino) e di frammenti post-punk, guardando nello specchietto retrovisore le lunghe barbe degli ZZ Top che salutano da lontano accanto a un dragster parcheggiato dal benzinaio.

 

Il risultato è pregevole: eclettico, variegato, spesso inaspettato, spiazzante, sorprendente e comunque trascinante. Le canzoni sfrecciano come sulle highways una dopo l’altra, raramente superano i tre minuti, talvolta superano a malapena i due. E in mezzo a tanto tiro, non può mancare anche qualche intensa, azzeccata ballad come Fine, Trampoline Man o Blow. Ma ciò che costituisce la vera forza di questi Wonder Vincent, che non prendono il nome da qualche sconosciuto cowboy texano, magari un vero loser come i protagonisti dei loro testi, non prendono il nome da un eroe della Guerra di Secessione o da un astronauta deceduto in una missione della NASA andata male, ma al contrario dedicano il loro nome al giornalista satirico Vincenzo Sparagna (“Frigidaire”, “Il Male”) e al poeta bardo milanese Vincenzo Costantino, sta proprio nella loro internazionalità. Sì, se il loro nome è legato alla più dissacrante controcultura italiana, il loro sound non tradisce alcuna provenienza locale e, soprattutto, non cede alla minima tentazione di provincialismo. Non sfigurerebbero in un festival hard-rock nei Paesi Scandinavi, in una birreria tedesca o in una serata di divertimento dopo una gara di pesca nella Regione dei Grandi Laghi del Canada. Per come suonano, per quello che suonano e per come lo suonano, potrebbero suonare ovunque.

 

Alberto Sgarlato

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