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28 febbraio 2017 ,

The Weakest Baboons

CHEW

7 gennaio 2017 - Autoproduzione

Strano esemplare di scimmione antropomorfo che ha seguito una linea evolutiva tutta propria, la creatura dei Weakest Baboons è un post rock cacofonico e sinistro, vomitato da un power trio milanese (Luka, chitarra, basso e voce, Y basso, chitarra, piano e voce, Ted batteria e voce) abrasivo, sbandato, diretto, marcito in un garage arrugginito, per cui una bassa fedeltà - attentamente prodotta - è ponte tra uno shock rock imbastardito coi Jesus Lizard ed i territori alternativi della penisola: dai sempre celebrati Verdena, ai meno famosi ma altrettanto scartavetranti TSO.

 

Chew” trotterella, nei suoi cinque brani, col passo beatamente claudicante di uno Jon Spencer che ha svenduto la negritudine ad un grunge scarnificato fino all’osso, capace di (s)fumature dolciastre a ritmo rallentato e tortuoso, color verde acido striato di fucsia proprio come nella copertina del disco. Cantato in ottimo e biascicato inglese, all’apparenza estemporaneo e sgangherato, in realtà ottimamente interpretato, con impeccabile senso del tempo ed intricata costruzione musicale.

 

Bonolis Causa apre con prepotente autorità, Arpeggio conduce oltre uno specchio deformante e strafatto, Shakma può contagiare col suo refrain falsamente facile, che degenera in un riffone da metallari da strapazzo. Come recita parte del “motto” della band: «guys who are tryin to write their own special biography». A prima vista, ci stanno riuscendo niente male.

Giovanni Capponcelli

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