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24 febbraio 2018 , ,

Kalisantrope

BRINICLE

25 marzo 2017 - Autoproduzione

Loro si chiamano Kalisantrope, un nome ispirato alla lingua greca ma, al tempo stesso, una parola che per ammissione degli stessi ideatori, non esiste. Potremmo forse tradurlo un po’ poeticamente come “gli uomini buoni” (o il buon uomo, al singolare). Siamo di fronte a un energico prog-rock strumentale che profuma di jazz-rock, riecheggia il Canterbury sound e, in certe introduzioni più rarefatte, sfocia persino nel post-rock. Nel mondo del rock progressivo oggi è difficile che venga riscoperta la formula del power-trio senza chitarra, cosa che negli anni ’70 era abbastanza diffusa (The Nice di Keith Emerson, poi gli ELP, gli Egg di Dave Stewart, i Quatermass, in Italia Le Orme o l’ultima formazione dei Trip, solo per citare alcuni esempi), mentre col passare del tempo questa soluzione si è un po’ persa. I tre meneghini, all’anagrafe Noemi Bolis al basso, Alex Carsetti alla batteria e Davide Freguglia alle tastiere, scelgono proprio questa via. Ma non assomigliano a nessuno dei nomi sopraelencati, nemmeno un po’. Per tanti motivi: innanzitutto per la scelta di percorrere strade totalmente strumentali, mentre i gruppi summenzionati in misura maggiore o minore cantavano, poi per l’assenza totale della chitarra, che invece, talvolta acustica, talvolta elettrica, nei nomi citati a esempio ogni tanto faceva capolino. E già quelle citate sono due differenze non da poco. Ma c’è un vero tratto distintivo che allontana i Kalisantrope da qualsiasi modello di riferimento, ed è il basso. Siamo di fronte a un power-trio non necessariamente keyboard-oriented, che semmai vede il basso in veste di protagonista, spesso in primo piano, nelle introduzioni, nelle code, nei soli. Negli anni l’etichetta progressive rock ha assunto un significato un po’ deformato, non più di ricerca e sperimentazione, ma di sound romantico e sinfonico, talvolta pomposo e un po’ strappalacrime. I Kalisantrope, con la loro musica, si dissociano da tutto questo e tornano al vero prog delle “radici”, quello sperimentale, sofisticato, elaborato, contaminato, ma sempre godibilissimo. Hanno le carte per piacere a tanti tipi di pubblici differenti, proprio in virtù delle loro diverse e ottime contaminazioni.

 

Alberto Sgarlato

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