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8 luglio 2017

Raim Alhaj

LETTERS FROM IRAQ: OUD AND STRING QUINTET

2017 - Smithsonian Folkways Recordings

Iraq-Stati Uniti  

 

Raim Alhaj è un musicista di musica classica araba proveniente dall'Iraq, il suo strumento è l'oud, con il quale ha all'attivo numerosi lavori, ora vive negli Stati Uniti e al suo martoriato Paese dedica questo suo ultimo lavoro dal titolo quanto mai esplicativo: “Letters From Iraq: Oud and String Quintet”. Se la seconda parte del titolo ci fa capire la proposta musicale di questo album. L'incontro fra la tradizione araba e il suo strumento principe, l'oud, con la musica classica occidentale rappresentata da un quintetto d'archi proveniente dalla New Mexico Philarmonic, la prima parte ci indica che attraverso questi otto brani strumentali Raim Alhaj vuol raccontare attraverso la sua musica quello che sta vivendo l'Iraq dopo la distruzione e la devastazione che ha subito con lo sciagurato intervento occidentale. Risulta pertanto inscindibile il legame fra l'ispirazione musicale e le vicende che attraverso le emozioni e le sensazioni suscitate dalla musica Raim Alhai vuole evocare.

 

Sono storie di amori impossibili e infelici, come quello fra due giovani, uno sciita e l'altra sunnita, evocato in Eastern Love-Sinan, qui l'inizio dolce degli archi cui si unisce l'arpeggio dell'oud si trasforma in un crescendo drammatico e nervoso, nel quale un ruolo importante assumono le percussioni, e nell'ancor più tesa atmosfera di Forbidden Attraction-Tiama, qui prevalgono i suoni gravi e bassi a suggellare il piombare nell'oscurità e nella dannazione. Ma è forse il terzo brano il vero capolavoro dl disco, Running Boy-Fuad, è la storia di un nipote di Alhaj, nato con una deformazione alle gambe, mentre si trova rilassato dal barbiere esplode un'autobomba, tutto deflagra, tutto è distruzione, ma Fuad non può scappare, le nervose e scattanti percussioni di Issa Malluf e l'arpeggio duro, sincopato dell'oud rendono drammaticamente la difficoltà di Fuad di muoversi e allontanarsi dal luogo dell'attentato, fino all'angosciante e travolgente finale. Ma anche le altre cinque composizioni sono ad alto tasso emotivo, le note riescono a farci vivere profondissime e drammatiche emozioni, grazie anche alla straordinaria tecnica di Raim Alhaj che riesce a tessere un complesso ordito fra il suo oud e gli archi. Anche se non leggessimo le storie che stanno dietro ogni composizione, non potremmo non cogliere il senso del dramma, della rottura violenta ed efferata di una situazione di tranquilla vita quotidiana, perché questa è musica che sa andare aldilà dell'episodio e diventare linguaggio universale. Un plauso alla confezione del disco che si avvale, oltre che di esaurienti note assolutamente necessarie per comprendere appieno l'opera, dei bei dipinti dell'artista irachena Riyadh Neama

 

Ignazio Gulotta

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