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17 febbraio 2019 , , , ,

The Pretty Things Final Bow (Guests: David Gilmour, Van Morrison)

13 dicembre 2018, Indigo O2 Arena, Londra


pretty-things-o2-event-posterUltimo giro di giostra per i Pretty Things. Phil May, cantante da sempre nonché leader, insieme al chitarrista Dick Taylor della longeva formazione inglese, ha lasciato la porta aperta alla possibilità che la storia del gruppo abbia un seguito, magari solo discografico con un ultimo album in studio, o anche con la partecipazione a qualche sporadico concerto per occasioni speciali. Quello che è certo è che con la data del 13 dicembre 2018 scorso, tenutosi alla Indigo O2 di Londra, si è messa la parola fine a una vita passata per lo più on the road. Basta con i tour. Gli anni si fanno inevitabilmente sentire e dopo il ricovero d’urgenza per problemi respiratori di fine 2017, il cantante ha capito che era arrivata l’ora di mettere un freno a un certo stile di vita. Interrotte le frequentazioni croniche con alcol e fumo, May ha così guidato la band in un lungo tour d’addio in giro per il mondo per tutto il 2018, che è culminato proprio con il “Final Bow” della data inglese dicembrina. E per l’occasione la band ha pensato bene di chiamare a raccolta alcuni amici di vecchia data, studiando un programma molto allettante, diviso in tre parti, tanto che è stato raggiunto il sold out in prevendita. La serata è stata presentata da Mark St. John (ha dato forfait per impegni cinematografici, invece, l’annunciato attore inglese Bill Nighy, noto proprio per la parte della vecchia rock star in declino interpretata in film come “Almost Famous” e “Love Actually” e del dj in “I Love Radio Rock). Mark St. John è comunque uno storico fan e collaboratore, oltreché motore e motivatore della reunion della band di fine anni '90. 

 

Prima parte

ThePrettyThings-Promo-foto2La prima parte del concerto ha visto sul palco l’attuale line-up dei Pretties, che oltre ai tre più attempati membri, gli storici May e Taylor, a cui da decenni si è aggiunto in pianta stabile il secondo chitarrista Frank Holland, vede la giovane sezione ritmica composta da George Woosey (basso e seconda voce) e Jack Greenwood (batteria), che ha garantito negli ultimi anni la necessaria iniezione di energia. L’anziano front-man Phil May, visibilmente commosso, non ha mancato di salutare e ringraziare i tanti fans riconosciuti tra il pubblico e accorsi per questo ultimo valzer del gruppo. La scaletta ha snocciolato solo i classici, prevalentemente risalenti ai primi anni di carriera, quelli più caratterizzati dal rhythm’n’blues bianco che li vide rivaleggiare con i Rolling Stones degli IMG-20190217-WA0015inizi dei '60: dall’iniziale Honey I Need, per proseguire con Dont Bring Me Down, fino a Midnight To Six Men, oltre alle cover di sempre (Big Boss Man, Keep Your Big Mouth Shut), né sono mancate le perle del periodo freakbeat come Buzz The Jerk o Defecting Gray, connotate da un alto tasso lisergico. La voce del cantante è in buona forma, forse anche migliore rispetto agli ultimi anni precedenti al ricovero forzato e se anche la band non può più viaggiare a pieni giri come negli anni d'oro, è sempre un bel sentire.

 

Seconda parte

Dopo la prima pausa i nostri tornano sulla scena accompagnati da una nutrita compagnia di ex-membri della fase più amata della storia del gruppo tra il 1968 e il 1970, quella compresa tra gli album “S. F. Sorrows” e il successivo “Parachute”: Skip Alan, John Povey e Wally Waller. E’ palpabile il piacere della rimpatriata tra vecchi amici. Peccato Twink, storica figura dell’underground inglese di quel tempo, che militò nella band seppur solo per i pochi mesi della fase psichedelica, non sia della partita (per quanto si fosse proposto di partecipare). Colpa di vecchie ruggini che evidentemente non sono state spazzate via. Dopo un paio di pezzi sale sul palco la prima grande star IMG-20190217-WA0003ospite della serata: David Gilmour (in primo piano nella foto). L’ex-Pink Floyd non ha intenzione di rubare la scena ai protagonisti della serata e si mantiene in seconda fila, limitandosi all'inizio ad aggiungere la ritmica della sua Fender rossa. Non è la prima volta che Gilmour si cimenta dal vivo con il repertorio di “S. F. Sorrows”, essendo già stato protagonista nel 1998 della reinterpretazione integrale del concept-album che i Pretty Things diedero per la BBC in occasione del trentennale (l'esibizione si trova sul CD “Resurrection”). Con lo scorrere dei brani l’ospite prende sempre più campo e nell’esecuzione di I See You e Cries From The Midnight Circus assurge a assoluto protagonista, regalando al pubblico momenti di altissimo livello. Dalle svariate t-shirt dei Pink Floyd indossate dai presenti, si capisce che più di uno è in effetti accorso all'O2 proprio per lui. Quando Gilmour decide di partire con i suoi assoli i Pretty Things imagescapiscono che è il momento di dare spazio al vero fuoriclasse presente sul palco e si invertono i ruoli: ora è la band padrona di casa a mettersi a disposizione del chitarrista, per quanto continui a rimanere, anche per il suo carattere piuttosto schivo, tra le retrovie dell'ormai affollato palco. Il concerto prosegue con la forte presenza della solista di Gilmour per svariati brani, tanto che l’intero set di quasi un’ora in totale si conclude con l’ex-Pink Floyd sempre sul palco. Il concerto ha raggiunto il culmine e dopo una nuova pausa è la volta di un più rilassato set semi-acustico. 

 

Terza parte

Si riparte dal classico blues di nomi leggendari quali Willie Dixon (Little Red Rooster) e Robert Johnson (Come On In My Kitchen), prima con i soli May (voce e armonica) e Taylor (chitarra acustica, anche slide), poi con la graduale aggiunta degli altri membri della formazione attuale. Il tutto serve a preparare l'arrivo sul palco del secondo grande ospite: Van Morrison. L'irlandese era amico e rivale dei Pretty Things sin dai tempi dei Them, images (1)quando le due band battevano gli stessi territori musicali. L'ospite duetta con il cantante della band per altri classici di quella stagione fantastica come Baby Please Don't Go (primo hit proprio dei Them) e Don't Tell Me (di Bo Diddley), dopodiché però la sua partecipazione si fa sempre più svagata e distaccata. E’ noto come Van sia più a suo agio quando è il capo-banda e meno quando deve seguire le fila dettate da altri, così che la sua presenza si limita a qualche guizzo dei suoi, ma dopo pochi brani lascia il palco, come di sua abitudine, senza troppi convenevoli. La band prosegue con la sua carrellata di classici, pur concentrandosi sul proprio repertorio dei primi 10 anni di carriera. Per l'esecuzione degli ultimi brani, L.S.D. e Old Man Going, sempre appartenenti alla fase più acida del gruppo, risale sul palco a sorpresa anche Gilmour, evidentemente molto più coinvolto dall'occasione rispetto a Van Morrison, dando nuova prova della sua IMG-20190217-WA0005classe. Rimane lo spazio per i bis. La band torna sul palco nella sua formazione-base per l’ultimo hit mancante all’appello: Rosalyn. Per Roadrunner risalgono sul palco anche gli ospiti Gilmour e Morrison (nella foto)Dopo l’esecuzione dell’ultimo classico è la volta dei saluti: tutti i musicisti che si sono esibiti ritornano sul palco per godersi il meritato applauso finale. Quando tutto sembra essersi concluso, Phil May e Dick Taylor tornano in scena per un ultimo numero. I due eseguono una versione voce e chitarra acustica di Loneliest Person, toccante brano dalla durata di poco più di un minuto che chiudeva anche “S.F. Sorrows” e ripresa di recente anche da Marianne Faithfull nel suo ultimo album. La serata è giunta davvero al termine, con un Phil May che non trattiene le lacrime. Si chiude probabilmente qui una pagina di storia del rock inglese durata oltre 55 anni. 

 

Filippo Tagliaferri

Video

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