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19 ottobre 2013 , ,

Graham Parker

11 Ottobre 2013, Settimo Torinese (TO), La Suoneria


GRAHAM-20PARKERLa prima sorpresa di una serata più invernale che di inizio autunno è stata entrare alla Suoneria, locale ben organizzato e dall’ottima acustica piazzato appena un po’ fuori Torino, e scoprire che i posti a sedere erano andati praticamente esauriti. Finalmente un segnale positivo dal pubblico torinese, spesso capace di mandare in bianco artisti ben più famosi del cantante del Surrey. La seconda è stata constatare che Graham Parker all’età di sessantadue anni ha ancora una voce favolosa e non ha perso un briciolo della solita grande e autoironica simpatia.  Lasciati a casa i Rumour (peccato, sarà per un’altra volta) l’unica alternativa possibile era quella di assistere a un concerto in pieno stile “Live! Alone in America”. E così è stato, e il set di un’ora e mezza suonato per metà con la chitarra acustica e per metà con l’elettrica, la rosa “Pinky Graham” (il mio lato femminile!), con le canzoni introdotte da racconti, aneddoti  e battute divertenti (fortissima quella sulla difficoltà alla sua età di suonare il Kazoo) è volato via in un soffio. La scelta dei brani per forza di cose è apparsa sbilanciata verso i bellissimi dischi degli anni ‘70 e ’80, album come “Heat Treatment”, “Stick To Me”, “Squeezing Out Sparks” (ma anche altri) in cui la qualità del songwriting era sostenuta da una backing band, i Rumour, che suonava come una E Street Band uscita ubriaca dagli studi della Fame.

 

graham parkerDischi che dovrebbero apparire in ogni discoteca degna di tal nome, amatissimi e rispettatissimi tanto dalla critica quanto dai colleghi e dagli appassionati, ma che di fatto hanno costellato una carriera vissuta sempre ai piedi del podio. Ci fu un momento sul finire degli anni ’70 in cui sembrò che gli sforzi dell’inglese potessero venire finalmente premiati e la sua carriera potesse staccarsi in via definitiva dalla scena pub-rock alla quale era accostato (Dr. Feelgood, Nine Below Zero, i Rockpile per capirci) per decollare come successe ai coevi Elvis Costello e Joe Jackson: il suo nome era costantemente citato come riferimento nelle recensioni dei dischi dei Police, dei Clash e dello Springsteen periodo Darkness/The River; il Boss stesso lo citava sempre tra i suoi modelli di riferimento e arrivò anche a regalargli quel gioiello di outtake che era Endless Night, pubblicata poi su “The Up Escalator!”.

 

Ma nel rock’n’roll, si sa, conta tanto anche la fortuna. Si diceva della scaletta. Alla Watch The Moon Come Down posta in apertura sono seguiti un bel po' di classici: White Honey, Heat Treatment, Silly Thing, You Can't Take Love For Granted ("mi hanno detto che GRAHAM PARKERè stata una hit in Italia...no, eh?"), Love Gets You Twisted ma anche il recente “Three Chords Good” ("Three chords were enough for Chuck Berry and Jerry Lee Lewis. I've added one chord more, so I became more avantgarde, more like...Stockhausen or Paganini", fantastico!) è stato ben rappresentato con tre canzoni. Al finale si arriva senza il minimo cenno di fiatone con il reggae di Problem Child, e canzoni come Lady Doctor e Don't Let It Break You Down, Life Gets Better con un cenno di Here Comes The Sun a omaggiare I Beatles, mentre la chiusura è affidata all’ormai classica Hey Lord Don't Ask Me Questions. Applausi meritatissimi, poi tutti noi vecchietti in fila a farci firmare i vinili e via nella pioggia.

 

                                                                       (un grazie a Carlo Bordone)

 

Roberto Remondino
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