Migliora leggibilitàStampa
4 ottobre 2016 ,

Band-Maid

19 Settembre 2016, Osaka (Giappone), Live House Drop


CRCP-40461Sul palco della  Live House Drop di Osaka si presentano le Band-Maid (il nome del gruppo, gioca con l’inglese “band aid”, cerotto), in una delle ultime date del tour che le ha viste promuovere il loro album “Brand new MAID” in Giappone e che procederà poi oltre i confini nipponici in Messico, Inghilterra, Germania, Francia. In ottobre suoneranno anche in Italia in occasione della fiera del fumetto di Lucca. Come spesso succede ai concerti in Giappone, i biglietti sono numerati fin dall’acquisto; a poco servirebbe mettersi in fila in anticipo. Dopo l’ingresso, si nota subito come il pubblico sia estremamente eterogeneo: impiegati, studenti, pensionati, per la maggior parte uomini, ma anche donne e giovani studentesse. Cessa la musica tipo carillon di sottofondo, si apre il sipario, e nella loro fiammante appariscenza ci troviamo di fronte alle nostre Band-Maid. Se mi chiedessero di sintetizzare in una parola questa band, non avrei dubbi: “contrasto”. Cinque ragazze giapponesi (di Tokyo) agghindate in stile simil-vittoriano, come appunto lo staff dei popolari “maid cafè” giapponesi, che suonano un hard-rock incalzante, aggressivo, che non lascia spazio a compromessi.

Qui le regole e i vocaboli ai quali siamo abituati non valgono più. Gli spettatori non sono “Signore e Signori” ma sono “Padrone e Signorina”, il live è “Un (onorevole) Riposo” e tutti vengono accolti con un “Bentornati a casa”. Attingono a piene mani a quel background di fantasie che profumano di Akihabara, che vedono delle belle ragazze servizievoli accoglierci a casa, agghindate in abiti impensabili nella cultura autoctona, eppure coadiuvati da un vocabolario tipicamente giapponese di rispetto e deferenza. Insomma, un distillato di caos antropologico.

 

BAND-MAID-liveMCM-Fringe-6La mente stenta ancora a riprendersi dal primo shock visuale (a poco serve conoscere in anticipo l’aspetto scenico della cosa), quando le note distorte di Real Existence pretendono la nostra attenzione e si impongono sui nostri sensi a furia di una progressiva e inarrestabile ondata di rock così vivo da risultare quasi doloroso, come un sensibile nervo scoperto. I testi sembrano volerci svegliare da un sogno: “Mi trasformi in una bambola / così senza permesso nella tua testa”, “Delle donne così perfette non sono reali”, “Abbracci una libertà di solitudine / e una immagine virtuale”. Senza soluzione di continuità veniamo travolti dalle note di Thrill, e la supposta “riservatezza giapponese” va definitivamente nel dimenticatoio, tagliata a fette dai riff di Kanami. “Eludo le mani magiche di quel complotto chiamato “pentimento” / questa sensazione piacevole senza alcuna superiore mi fa correre / in avanti oltre la risoluzione, con un brivido / abbandono il mio corpo.”

 

Da un punto di vista tecnico -a parte un passo falso di Miku che parte con una strofa in anticipo in Freezer- c’è una precisione energetica che mantiene alta la tensione nell’arco di tutta la serata. Le ragazze non perdono un colpo, non arretrano mai, non sentiamo alcuna esitazione di sorta. La confidenza che dimostrano di avere con gli strumenti è davvero BAND-MAIDlive -MCM-Fringe-2-498x400ammirevole. Lungi dall’apparire fredde, proiettano una forza e una freschezza strabilianti. In effetti suonando e nel loro modo di atteggiarsi sul palco, trasmettono le loro identità e personalità.

Da sinistra a destra abbiamo Misa (basso, amante dei Deep Purple e degli Smashing Pumpkins), che suonando -scalza- pur tenendosi in modo tutto riservato in un angolino, finisce con l’attirare una buona metà della nostra attenzione per tutta la durata del “Riposo”. Miku (chitarra e voce) è tutta sorrisi e energia, vitalità pura, mette allegria solo a guardarla. La chitarra ritmica nelle sue mani ha un sapore British rock. Saiki (voce) è una lama tagliente, ha un’attitudine speculare rispetto a Miku: è vestita da serva ma non c’è nulla di neanche vagamente servile o sottomesso nella sua voce -che risuona intensa e dominatrice nella sala- e nei suoi movimenti. La chitarra solista è affidata a Kanami, che in kanji significa “canzone-onda”, ed è proprio con l’impeto che suggerisce il suo nome che ogni assolo viene riversato sulla folla (che nel frattempo ha abbandonato ogni riserbo e si accalca verso il palco). 

 

A fare da collante al tutto ci pensa Akane alla batteria, influenzata da band tipo Maximum the Hormone, la ragazza è una locomotiva hard rock. Con i suoi sorrisi verso le compagne poi, sembra fungere anche da “bypass emotivo” tra tutte, così diverse tra loro.  E dunque dopo Freedom e Freezer (pezzo nel quale la protagonista, lasciata dal ragazzo, vuole dormire vicino a un freezer per far congelare e sbriciolare via come ghiaccio i suoi band1sentimenti), seguono a ruota Order, Brand New Road e le vivacissime Don’t Apply the Break e Don’t Let Me Down. Giunge lo stacchetto di Miku: con un’aria “kawaii” (“carina”) intrattiene il pubblico parlando con una voce acuta come se tutti in sala, lei compresa, fossimo dei bambini di sei anni.

Le frasi che dice finiscono sempre in “po”, o “kuruppo”, dato che, come gentilmente ci spiega, il suo cognome significa “piccolo piccione” (Kobato), e i piccioni in Giappone fanno “po”. La sua vocina squillante fa pensare: “Ma chi era, quella che cantava poco fa?” e francamente l’effetto è davvero maidbuffo. Dopo un altro paio di minuti di scambi con il pubblico (“Adesso gridate moe moe!”, “Adesso gridate kyu kyu!”, “Kuruppoooo!” ecc.), quando finalmente mi sono convinto che per forza di cose il prossimo pezzo deve essere la sigla di Heidi o al massimo una versione mid-tempo dell’Ape Maia, fa ritorno Saiki. Fino ad allora se ne era stata in prossimità della batteria, rigorosamente con le spalle rivolte al pubblico, ma ora senza tanti complimenti riprende in mano le redini e con un “Sei pronta Osaka?” segna l'inizio della aggressiva Look at me, seguita dalla struggente Before Yesterday e finalmente da Non Fiction Days.

 

bandIn quest’ultimo brano, il riff graffiante si sposa con l’espressività di Saiki per dar vita a un pezzo tutt’altro che spensierato, che riflette invece una crisi di identità che riguarda forse molti giovani giapponesi, appartenenti ad una società che impone loro rigidissimi codici di comportamento. “Solo con una forma presa in prestito / dei criteri di giudizio di qualcuno / non posso scegliere nè il bene nè il male / quando resto in solitudine finisco sempre col dubitare / io stessa esisto davvero?”. E ancora: “Mastico e riduco in briciole la ruggine che mi esce dal corpo / sai cosa sia la dissennatezza? / Va bene anche scavare un fossato / forse quando sarà ultimato si potrà yolovedere la forma all’interno”, e infine: “Dopo aver buttato via tutto / l’unica cosa che è rimasta sono queste due mani”. 

Con un ringraziamento, le ragazze escono di scena. Akane ci lascia con un inchino e con il retrogusto un po’amaro di tornare a una realtà molto meno passionale e abbagliante di quella che abbiamo appena vissuto. Non faccio in tempo a salire sulla metropolitana a Nanba, che già devo mettermi le cuffie per poter riascoltare la voce di Saiki gridarmi con urgenza di difendere coi denti la mia identità. 

 

Massimiliano Bartolini

Video

Inizio pagina