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12 febbraio 2016

Zvi Kolitz

Yossl Rakover si rivolge a Dio

1997, Pag. 91, Euro 10.00 - Adelphi - Traduzione di Anna Linda Callow e Rosella Carpinella Guarneri

Rakover copertina adelphiLa recente ricorrenza del “Giorno della memoria” ha, tra le altre cose, la consuetudine di (ri)mettere in evidenza ogni anno situazioni artistiche attinenti al tema dell’olocausto attraverso cinema, televisione, teatro, pubblicazioni giornalistiche e librarie. Nell’ultimo caso questo agile libretto di poche pagine è da tempo diventato un oggetto di culto riconosciuto e apprezzato in tutto il mondo.

La trama è molto semplice: un uomo di quarantatre anni, Yossl Rakover, asserragliato in una casa ormai in fiamme scrive una lettera a Dio pochi minuti prima di essere ucciso dai nazisti che assediano il ghetto di Varsavia rimproverandolo per non aver impedito tanta atrocità e per non avere fatto nulla contro lo sterminio di milioni di ebrei, ma allo stesso tempo ribadendo la sua fede in Lui e l’amore che nonostante l’orrore e l’immane tragedia non viene mai meno nei confronti del Creatore. La potenza di quelle poche pagine sta nella forza espressiva di quella preghiera/rimprovero che ogni credente, non soltanto ebreo, sente dentro sé quando assiste alle costanti atrocità che ogni giorno i media ci propongono da ogni parte del mondo.

 

Quella domanda, che ovviamente nessun ateo si pone, ma che ogni credente almeno una volta si è fatto nella vita: “Dio, ma perché consenti tutto questo male sulla terra?”, potrebbe addirittura postulare un velo di incredulità in quel Dio del bene che non mantiene fede al suo messaggio d’amore; ma non è il caso di Rakover, la cui fede assoluta e inattaccabile non viene mai messa in discussione nemmeno poco prima di morire per mano dei nazisti, dopo aver visto sterminata la sua famiglia e molte altre persone, giovani, vecchi, bambini, che lo circondavano.

kolitz fotoUn libro di culto, scritto dall’autore Zvi Kolitz (a destra nella foto), allora ventiseienne, in una sola notte del 1946 in una stanza d’albergo di Buenos Aires, che da tempo è divenuto anche un monologo teatrale portato in scena numerose volte e da numerosi attori (ricordiamo tra i più conosciuti Moni Ovadia e alcune versioni con addirittura protagonista femminile), un libretto di appena una novantina di pagine, la cui preghiera di Rakover ne comprende solamente ventiquattro, mentre il resto contempla un incontro, (quasi un’intervista), con l’autore a cura di Paul Badde e un brevissimo saggio finale di Emmanuel Levinas.

 

Un racconto minimale dalle mille vicissitudini che lo hanno eletto a mito poiché come in una situazione simil Borgesiana all’inizio fu veramente creduto un manoscritto stilato realmente da tale Rakover nel 1943 e poi ritrovato nascosto dentro una bottiglia tra le macerie fumanti del ghetto di Varsavia, come raccontato nelle prime righe della storia che in realtà è totalmente finzione letteraria dell’autore, che inventa un Rakover mai esistito semplicemente per avere il motivo di approcciarsi a Dio e comunicargli il suo pensiero che nelle sole due paginette originali scritte in un fitto corsivo riesce a sviscerare mille argomenti e altrettante riflessioni. Un racconto vibrante e commovente che in più di un punto tocca le nostre corde emotive, che scatena meditazioni e identificazioni col protagonista, facendoci abbassare il libro più di una volta durante la lettura per costringerci a pensare: noi come ci comporteremmo e cosa penseremmo se fossimo al posto di Rakover?

Una breve e tragica novella, che in quell’uomo che scrive fino all’ultimo mentre i nazisti stanno per sfondare la porta, a noi che siamo agnostici, ricorda la morte di Salvador Allende trincerato nel Palazzo Presidenziale di Santiago del Cile e il suo ultimo discorso al popolo, o con un paragone ancora più blasfemo l’irruzione in diretta della polizia negli studi di Radio Alice a Bologna di cui quest’anno ricorre il quarantennale della nascita.

Maurizio Pupi Bracali

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