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6 gennaio 2019

Stephen King

THE OUTSIDER

22 Maggio 2018 - Sperling & Kupfer - pag.560

978889342747HIG-250x380                                    I N T R O

 

I racconti, le storie di Stephen King non sono mai solamente quello che sembrano. E non perché in fondo ogni suo libro contiene almeno un colpo di scena narrativo che spariglia le carte e, come in un bellissimo gioco di prestigio, all’improvviso mostra quello che si è pazientemente, diligentemente tenuto nascosto al lettore. Non sono quello che sembrano perché Stephen King ha iniziato scrivendo di horror ma ha in realtà sempre de/scritto l’Orrore: quello nascosto nelle pieghe del quotidiano, quello che non vogliamo accettare e celiamo alla nostra stessa consapevolezza nei coni d’ombra più oscuri del nostro essere, quello in cui viviamo da sempre e che lega indissolubilmente pubblico e privato, politico e intimo. E questo fin dall’inizio, quando raccontava le pruderie adolescenziali insieme alle torture di cui sono capaci gli adolescenti (con "Carrie"), fino alla chiave di volta del suo corpus narrativo "IT" (id.,1986), romanzo dal quale in poi niente è stato più lo stesso. Per la letteratura moderna ma soprattutto per King.

 

Una Nuova Grandezza

È per questo che "The Outsider", sorta di ritorno dell’autore alle sue altezze siderali, è stato giustamente ed autorevolmente definito come “l’IT dell’era Trump, notevole e veramente bello”; è per questo che ormai Stephen King può tranquillamente essere definito come uno dei più importanti ed influenti narratori tout court del Novecento e non solo, autore di una commedia (dis)umana che scruta dietro l’angolo e mette il dito, anzi la penna, nel pus delle nostre ferite più purulente. "The Outsider" arriva dopo due passi falsissimi ("Sleeping Beauty" e "La scatola Dei Bottoni di Wendy"), e riprende le intense profondità emotive di "Revival" (id., 2014), "22/11/’63" (id., 2011) e "Duma Key" (id., 2008), i romanzi di King più belli del Nuovo Secolo che in qualche modo avevano ripreso il filo interrotto delle sue creazioni più brillanti che si era spezzato almeno nel 1999, quando uscì quel capolavoro di mistery e tensione che è "Mucchio D’Ossa (Bag Of Bones)", e che chiudeva il ‘900 kinghiano pieno zeppo di grandi storie.

 

La storia

9781473676350_0_0_300_75-196x300La storia dell’ultimo, attesissimo libro parte ora come un procedural: entriamo in medias res e Terry Maitland viene arrestato durante una seguitissima partita di baseball, conseguentemente messo alla pubblica gogna. Ma subito la storia prende derive disturbanti: attraverso stralci di interrogatori, qualcosa suona per il verso sbagliato, e nella seconda parte del libro (fluviale, come Re Stefano ci ha abituati) si mette a fuoco quello che sarà il fulcro narrativo: la dissonanza tra quello che tutti hanno visto chiaramente -l’autore di un brutale infanticidio- e una realtà che al solito è più disturbante e misteriosa, anzi misterica, di come la vediamo. Perché le molteplici facce del male sono tra di noi, appartengono a uomini e donne che pensiamo di conoscere bene ma si mostrano poi all’improvviso senza timore forti principalmente della paura che suscitano e che paralizza e annienta. Queste sono le fondamenta sociali e politiche dell’apologo, deformato e mascherato da enigma: che prima sembra un affascinante poliziesco, poi assume contorni sfumati del dramma, alla fine si disvela per quello che è, un duello incessante con l’imponderabile, con l’immanente inconoscibile, con l’impossibile delle nostre vite.

 

Stile Vecchio e Nuovo

Nessun bisogno di parlare o elogiare lo stile di King: calibrato da ben quarantaquattro anni, è un meccanismo perfetto e non perfettibile intriso di una scorrevolezza affabulatoria quasi divina, con un’impalcatura strutturalmente imponente. Piccoli indizi, tracce e parole nascoste nel discorso legano in un tutto unico le quasi 600 pagine del 39° libro dello 1507567674-theoutsiderscrittore del Maine; e sparse qua e là anticipano l’irrazionale, incredibile enormità oscura che avvolgerà tutto e tutti nei capitoli conclusivi. Perché mentre, legittimamente, i Fedeli Lettori si interrogano sulle possibili soluzioni di un enigma che sembra da risolvere attraverso le normali dotazioni umane, all’improvviso l’Autore (gli e si) ricorda le sue origini, e l’universo buio e spaventoso da cui proviene letterariamente, dando una svolta decisiva al racconto che si impenna e si conclude con una grandeur che non si trovava da tanto in suo libro. Esemplare anche la conoscenza del meccanismo letterario (e del McGuffin!) di King, talmente approfondita da permetterne lo smantellamento e la ricostruzione: così come Alfred Hitchcock ha insegnato con "Psycho", anche in The Outsider a poco più di un quarto dello svolgimento le certezze del lettore si sbriciolano, ed è come se ricominciasse una nuova storia. Complice poi l’arrivo di Holly Gibney, compagna di Bill Hodges (che amplia e unisce tutti i romanzi kinghiani come appartenenti ad un solo universo, sentiero già intrapreso in parte con la saga de "La Torre Nera"), viene confermato che “l’universo non ha confini”, confermando che la gente è cieca davanti a qualunque spiegazione che esuli dalla sua percezione, e quindi dal suo controllo, della realtà. “Pensi sia più inesplicabile di tante cose terribili che capitano al mondo? Non parlo di disastri naturali o incidenti, ma delle cose che certe persone fanno al prossimo”.

 

L’Orrore ai Tempi di Trump

In questo modo The Outsider spiega con lucidità che viviamo in un momento storico in cui il Male, o la possibilità del Male, si annida ovunque. Un romanzo che riassume la nascita della paranoia post 11 settembre unitamente al dovere di stare vigili oggi più che mai, quando le derive totalitarie assumono diverse forme e volti imponendosi dappertutto al di kingqua e al di là dell’oceano. Piccola nota: se a metà libro, quando si comincia ad intuire dove si andrà a parare, alcuni potrebbero storcere il naso per la commistione di generi -e per una soluzione che sembra, ma solo sembra, davvero poca cosa-, basta ricordare che è l’universo letterario, e non (solo) quello di Stephen King, ad essere senza confini: perché alla fine “ci sono più cose in cielo e in terra che nella nostra filosofia”. E solo ciò che non sappiamo su di noi e sulla nostra esistenza è veramente poco. 

 

GianLorenzo Franzì
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