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15 settembre 2018

Guido Ceronetti

SILLOGISMI DELL’APOCALISSE

2018

                               Torino, 24 Agosto 1927 – Cetona [Siena], 13 Settembre 2018        

 

 

guido-ceronettiFigura tra le più eminenti e originali della cultura italiana contemporanea, ci lascia il grande poeta, drammaturgo, filosofo ‘sui generis’, Guido Ceronetti. Una perdita incommensurabile, la sua, specialmente in quest’epoca di irredimibile banalità. Il suo è un percorso assolutamente unico nel panorama culturale italico. Poeta raffinato e anticonformista, traduttore creativo e geniale di classici latini, Catullo, Marziale, Orazio, Giovenale; traduttore ed esegeta formidabile di testi sacri, il "Qohèlet", i "Salmi", il "Libro di Giobbe", il "Cantico dei Cantici", tra gli altri, nonché di poeti contemporanei, Costantinos Kavafis su tutti; autore drammaturgico e inventore di un grandioso teatro di marionette, Il Teatro dei Sensibili, che, dapprima allestito tra le mura di casa sua per sommo diletto degli amici, presto diverrà un punto di riferimento nella cultura teatrale italiana; giornalista fuori dagli schemi e dissacrante. Dicevamo di un personaggio irripetibile: asceta della parola, mistico tragico e irrisolto, misantropo e spregiatore, come il diletto Céline, della stolida schiatta umana, grande amico del nichilista per antonomasia, Emil Mihai Cioran, che di lui tratteggerà un sapido bozzetto saggistico nel libro “Esercizi Di Ammirazione”.

 

tèdownloadVegetariano convinto, spietato censore di tutte le mode, anti-modernista e tuttavia, suo malgrado, il più moderno degli intellettuali italiani, uno dei pochi in grado di cogliere le innumerevoli contraddizioni e lacerazioni della società dei consumi. Nelle pagine d’abbrivio di uno dei suoi libri più intensi e folgoranti, “Pensieri Del Tè”, il Nostro recita: “Non sono un orientale. I miei gesti rituali non vengono dai Maestri: somigliano piuttosto ad un’abitudine carceraria, continuata negli anni...L’uomo beve il Tè perché lo angoscia l’uomo. Il Tè beve l’uomo, l’erba più amara”. Tra le pieghe della sua incessante attività creativa si coglie interamente il dramma di quella che Jung avrebbe definito ‘un’anima esiliata’. Una frattura di tutto l’essere, sospeso angosciosamente tra sogni di mistica ascendenza, con un’inclinazione a una religiosità tanto profonda quanto dolorosamente effranta, nel senso dostoevskiano più nobile, lontana dagli schemi e afferente, se si può dire, più a canoni di Ceronetti libri 1matrice gnostica che a stilemi di mera ortodossia cattolico-cristiana, e derive di stampo ‘baudelairiano’ entro le lubriche, patologiche latebre del corpo umano, negli angiporti della sua marcescenza abbrutente e irrimediabile: “Vedo un canino stampo di colera / sul viso umano prosciugato / padre contratto che guarda fisso se c’è pietà, e lo sfregio divino brilla nel buio. A quel corpo di vinto / portatore e cloaca di misteri/ una parola dilla, svegliata nelle vie della gola come un medico notturno / una foglia tenera di pianta umida sul passato suo turpe cada”.

 

In bilico tra tradizione e avanguardia, Ceronetti non si esime dall’attirare su di sé critiche anche feroci, a cagione di talune discutibili dichiarazioni pubbliche su qualche quotidiano, una su tutte la difesa di Erich Priebke, il boia delle Fosse Ardeatine, nell’atto in cui gli Ceronetti foto 2veniva irrogata la pena dell’ergastolo per l’eccidio in parola. Apparteneva, il tutto, a quel groviglio di contraddizioni da cui era avviluppato l’animo suo lacerato. Lo stesso artista che è capace di intessere nell’ordito dell’opera parole di angelica fattura: “In fondo a tutto è un’estatica Psiche; per forza di parola umana pura, calore che dal silenzio la scolla ha tremiti, moti di figura nostra, viva, ubriaca, e tu la vedi come la rosa nell’ultimo cunicolo percorso dal sogno, che alla sua visione muore. Era questo per me il Sangue e l’Amore”.

 

Esule volontario, racchiuso entro le mura pacificanti del suo monastero psichico, in lotta perenne contro l’angelo sterminatore della contemporaneità, ebbra di irriducibile volgarità, Ceronetti libri 4Ceronetti crede non nel potere escatologico della parola, sia pure recata a vertici di vertiginosa purezza, ma nella sua potenza lucida e disperata, nella sua capacità non solo di stendere corde d’aria sull’abisso, ma soprattutto di divenire essa stessa abisso, ricolmato della luce senza scampo della conoscenza che, se non redime, dà vestimento di commovente pietà a tutta la sofferenza umana. Sognando l’impossibile parola d’apocalisse che chiuda per sempre il sillogismo della vita stessa, come disperato transito d’ombra da un punto all’altro del Niente.  

 

Rocco Sapuppo

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