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12 luglio 2018

Sandra Petrignani

La corsara. Ritratto di Natalia Ginzburg

2018 - Pagine 464 - Euro 18,00 - Neri Pozza Editore

la corsaraQuesto romanzo/saggio/racconto, finalista del Premio Strega 2018, è un decisivo richiamo di Sandra Petrignani sulla necessità di collocare la figura di Natalia Ginzburg (1916-1991) nella storia della cultura italiana dagli anni ’40 in poi. L’autrice dipinge un ritratto tenue quanto intenso, scolpito nella durezza di Nat (o Nata) come un busto di legno levigato nelle nervature e nell’animo, da cui emergono le sue debolezze o l’inadeguatezza («… sono solo una scopacessi!») per una donna dura nella sua coerenza quando afferma la necessità di «… giudicare ciascuna cosa, opera o persona, isolandola dal giudizio degli altri.». Sono i frammenti di una vita, come riflessi di fronte ad uno specchio rotto che la Ginzburg cercherà sempre di ricomporre, indomita e instancabile nel districarsi in quei rapporti umani aspri ma sempre autentici nella loro indispensabile necessità, ebrea e cattolica insieme, antifascista convinta, scrittore (si definiva così) di romanzi e di teatro, saggista e consulente editoriale di Casa Einaudi, polemista corsara su quotidiani e periodici, parlamentare per due legislature, mai femminista. Il registro di scrittura di Petrignani (che ha frequentato Nata) in "La corsara. Ritratto di Natalia Ginzburg" scava nel profondo di una biografia a “schidionata”, un brulichio di richiami e rimandi, flash-back, interviste e citazioni, le immagini del mondo che Natalia vorrebbe solo suo, mai alla ricerca del successo appagante, nella consapevolezza di dover sempre contribuire con le sole sue forze, nelle sue tragedie famigliari,  nella storia dell’Einaudi che il primo marito Leone Ginzburg ha contribuito in modo decisivo a fondare con Giulio Einaudi nel 1933.

 

La morte di Leone, antifascista di Giustizia e Libertà, ucciso dai nazisti a Roma nel 1944, ha segnato una ferita profonda nell’animo di Nat, mai rimarginata, “un groppo dentro” che le lacrime non riusciranno a slegare: per lei resta un Maestro che la esorta ad essere coraggiosa e utile agli altri o in quella “vigile eleganza” da applicare nella cura dei libri quale richiamo ai redattori Einaudi nelle lettere dal confino abruzzese di Pizzoli (1940-43). Nel 1942, sotto lo pseudonimo di Alessandra Tornimparte pubblica “La strada che va in natginzburgcittà”, il suo primo romanzo da Einaudi, dove Nat è una consulente di vaglia, a Torino e poi a Roma: Petrignani immerge il racconto nell’ambiente di quel nucleo di intellettuali (Pavese, Felice Balbo, Mila, Calvino) per trarne l’essenza di quella fucina di pensieri nel forgiare i libri che avrebbero tolto l’Italia dal pantano della guerra fascista attraverso la Cultura e il suo “potere formativo”. Il 1950 è un anno chiave per la Ginzburg: in primavera il matrimonio con l’anglista Gabriele Baldini (tanto diverso da Leone) e il suicidio di Pavese che segna una svolta nella vita dell’editrice dello Struzzo. Per Nata mutano le condizioni di lavoro, viene meno quella condizione primaria del “pensare insieme” i libri e sceglie  la sede romana dove ritrova Cicino Balbo. Gli uomini, le case di città (Torino e Roma, anche Londra), gli ambienti letterari e amicali (con Elsa Morante tra gli altri) sono i fulcri della narrazione di Petrignani: dopo il primo marito Leone (che gli ha dato tre figli), Gabriele Baldini (1919-1969) da cui avrà una figlia, il critico Cesare Garboli (1928-2004), l’amico che seguirà tutta la produzione letteraria di Natalia dal 1962 in poi.

 

Sandra Petrignani non è nuova nell’impresa: già in “Addio a Roma” (Neri Pozza, 2012) ha saputo disegnare tutti i colori di un’epoca culturale irrimediabilmente perduta e non più replicabile. Poi le case: i molti traslochi, la ricerca dell’alloggio e quella tranquillità interiore sempre ambita, in un contesto famigliare complicato o per fuggire da quella Torino che non sente più amica. La lunga collana di perle letterarie sono descritte nella loro genesi da Petrignani con uno sguardo aperto ai condizionamenti, ai ripensamenti, a volte frutto di discussioni accese o litigi (specie con Garboli); dai primi romanzi e racconti, da “E’ stato così” a “Valentino”, da “Le piccole virtù” e “Le voci della sera” al suo sandra_petrignanicapolavoro di memoria “Lessico famigliare” (Premio Strega 1963), sino ai lavori teatrali (“Ti ho sposato per allegria”) e agli ultimi libri (“Caro Michele”, “La famiglia Manzoni”), sono firmati Ginzburg: un segno di volontà per lei (nata Levi) nel perpetuare l’impegno e la figura di Leone, in tutta la sua produzione artistica e letteraria. Sandra Petrignani  (nella foto) traccia bene quel lato corsaro di Natalia, tratto distintivo del suo impegno culturale e politico dal 1970 sino alla morte nell’ottobre 1991: la sua volontà è talmente pervicace che Calvino dichiara «Quando dice credo la Ginzburg afferma». E’ un lato di Nat che la critica letteraria italiana non ha colto appieno o ha ignorato del tutto: la Ginzburg corsara si legge già in controluce in “Lessico famigliare” dove l’ironia verso l’establishment e l’understatement sono celati mirabilmente; o nella sua concezione dell’intellettuale, che deve saper misurare le parole che descrivono la complessità della realtà per trarne qualche filo di luce. Agli scrittori, specie quelli delle ultime generazioni, e agli editori loro promoter, grida una verità tanto attuale quanto infausta per la cultura del nostro paese: occorre produrre libri che restino nel tempo e che non siano declinati al presente. Come “La corsara” di Sandra Petrignani.   

 

Luciano Viotto

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