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25 settembre 2013

Gil Scott Heron

L’ULTIMA VACANZA: A MEMOIR

2013 - Liber Aria Editrice, pp. 262, traduzione di Daniela Liucci

ultima vacanza a memoirIl nome di Gil Scott-Heron, in un modo o nell’altro – che abbiate semplicemente una certa familiarità con la cultura afroamericana del novecento, o che invece vi sia capitato sotto gli occhi qualche anno fa quel “I’m New Here” rimasticato poi con alterne fortune da Jamie Smith degli XX – dovrebbe esservi già relativamente noto. Qualora non lo fosse, le alternative sono essenzialmente due: la prima è recuperare senza perdere troppo tempo almeno il gustoso box triplo a lui recentemente dedicato dall’eloquente titolo “The Revolution Begins” (BGP/Goodfellas); la seconda, per l’appunto, consiste nell’affondare il naso tra le pagine di questo “L’ultima Vacanza”, che del Nostro è insieme autobiografia, diario e per certi versi anche testamento. Della vita, o più correttamente delle numerose vite di un ventenne dinoccolato dalla capigliatura afro aggrovigliata di pensieri ritrovatosi in men che non si dica docente universitario, musicista professionista e allo stesso tempo pericolosamente vicino ad incarnare esattamente tutto ciò che aveva sempre odiato, troverete soltanto delle tracce e mai davvero una “certezza” scorrendo le pagine di un libro che – come spiegato nelle note finali – l’autore non aveva esattamente programmato.

 

Frutto di appunti scarabocchiati tra l’80 e l’81 durante un intensissimo tour al fianco di Stevie Wonder, integrati con memorie sparse e bellissime di un’infanzia tra le campagne del Tennessee al fianco di una nonna che seppe fare da madre e padre insieme, “L’Ultima The+Revolution+Begins+The+Flying+Dutchman+MastersVacanza” è – come riportato in copertina – un memoir che trascende il genere per configurarsi come un vero e proprio flusso di coscienza in cui passato e presente perdono di importanza. Gli anni del college assumono così altri significati quando si illuminano alla luce delle dissertazioni sulla questione del “black power” messe per iscritto solo diversi decenni dopo, e il fantasma di un calciatore giamaicano conosciuto poco o nulla ricomincia a prendere forma quando il bambino è ormai diventato uomo e si trova lontano migliaia di chilometri da casa, genitore a sua volta e già pronto ad elencare tutti gli sbagli commessi senza accorgersene.  Pezzi sparsi di una vita che sarebbe stato bello fosse finita in maniera diversa: meglio, che non fosse finita affatto; ancora febbrilmente quieta sotto un berretto scolorito dal tempo nell’eterna attesa di cantare l’ennesimo inverno in America. 

 

Carlo Babando

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