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14 maggio 2015

Spazio Filosofia: Giordano Bruno

L’EROICO FURORE

2015

Giordano_BrunoBreve biografia  (1548-1600)

 

Giordano Bruno nacque a Nola nel 1548 ed entrò molto giovane a far parte dell'ordine domenicano, dal quale uscì nel 1576, sospettato di eresia. Fuggito dall'Italia, visse in Inghilterra, in Francia e in Germania, rientrando in patria solo nel 1591, su invito del patrizio veneziano Giovanni Mecenigo. Fu proprio quest'ultimo, tuttavia, a denunciarlo al tribunale dell'Inquisizione di Venezia: Bruno si difende saggiamente, negando e ritrattando, omettendo e in parte anche mentendo. L'Inquisizione romana chiede però la sua estradizione, che viene concessa, dopo qualche esitazione, dal Senato veneziano. Il 27 febbraio 1593 Bruno è rinchiuso nelle carceri romane del Palazzo del Sant'Uffizio. Nuovi testi, per quanto poco affidabili, essendo tutti imputati di vari reati dalla stessa Inquisizione, confermano le accuse e ne aggiungono di nuove.

 

brunoIl 12 gennaio 1599 è invitato ad abiurare otto proposizioni eretiche, nelle quali si comprendevano la sua negazione della creazione divina, dell'immortalità dell'anima, la sua concezione dell'infinità dell'universo e del movimento della Terra, dotata anche di anima, e di concepire gli astri come angeli. La sua disponibilità ad abiurare, a condizione che le proposizioni siano riconosciute eretiche non da sempre, ma solo ex nunc, è respinta dalla Congregazione dei cardinali inquisitori, tra i quali il Bellarmino (colui che inviterà alla ritrattazione Galilei, consigliandogli di non dare per scontata la teoria di Copernico, cosa sulla quale il Bellarmino non aveva tutti i torti). Alla fine, Bruno, rifiutatosi di ritrattare le proprie tesi, fu condannato come eretico e bruciato vivo, il 17 febbraio dell'anno 1600, in Campo dei Fiori.

 

L'eroico furore

 

Con Giordano Bruno, lo spirito originario della filosofia rinasce nel modo più consapevole e potente. L'amore per la verità suprema è chiamato da Bruno l'eroico furore, dove "furore" è 43534_1435x2000l'entusiasmo così appassionato da far dimenticare ogni interesse per se stessi come individui. L'eroe, infatti, non mira al proprio vantaggio personale ed è disposto a perdere la vita: la luce abbagliante della verità richiede che l'individuo rinunci a se stesso e si identifichi ad essa. A differenza della farfalla - rileva Bruno - che è attratta dalla luce, ignorando che lì troverà la morte, l'eroico furore sa che la luce della verità è dolore e pericolo estremo per l'individuo, e tuttavia si spinge verso di essa, perché sa che essa è il vero bene supremo e che dunque, "ne l'occhio de l'eternitade", il male dell'individuo non è vero male. Il ritorno al più antico pensiero greco non è, in Bruno, un ingenuo mettere tra parentesi il corso successivo del pensiero filosofico, ma è un percorrerlo a ritroso, mobilitandolo e sfruttandolo, per mostrare l'insuperabile grandezza delle origini del pensiero filosofico, che per Bruno includono (almeno in parte) anche Platone.

 

In "De la causa, principio et uno", Bruno sostiene che l'"ente" o "essere" è l'originale ed universale"sustanza del tutto", ciò che costituisce ogni forma e aspetto di tutte le cose: de-la-causa-principiol'"essere" è "eterno e divino", è Dio, quindi "nessuna cosa si annichila e perde l'essere, eccetto che la forma accidentale esteriore e materiale" - solo queste forme escono dal niente e vi ritornano, e quindi ogni produzione e distruzione "è una alterazione, rimanendo la sustanza sempre medesima", cioè "sempre salva" dal niente, come dice Aristotele. Il concetto di creazione della materia, da parte di Dio, rimane in questo modo radicalmente rifiutato, e pur respingendo Aristotele in larga misura, Bruno usa le fondamentali categorie aristoteliche per determinare la struttura dell'essere: "sostanza", "forma", "materia", "atto", "potenza", "causa". Giordano Bruno oltrepassa dunque il dualismo tra il divino e la materia, al quale si erano arrestati Platone e Aristotele, e ripropone quell'unità del Tutto che è propria delle prime forme del pensiero filosofico. Come già Scoto e Ockham, anche Bruno, preparando la dimensione in cui si muoverà Galilei, pensa che nella Bibbia non vi siano "dimostrazioni" e "speculazioni" filosofiche sulla realtà, ma la rivelazione delle leggi morali che consentono all'uomo di evitare il male e perseguire il bene. Galilei dirà appunto che la Bibbia non ha l'intenzione di indicare come va il cielo, ma come si va in cielo.

 

Per Bruno, in Dio, la potenza passiva è tutt'uno con la potenza attiva, non nel senso che non esista distinzione, ma nel senso che non può esservi separazione. Nel principio supremo del tutto, gli opposti dunque si unificano. Potenza e atto sono appunto opposti. Per Giordano Bruno le matematiche e le nuove scienze della realtà fisica, imagessoprattutto l'astronomia, hanno un grande valore di conferma della verità filosofica e per Bruno l'infinità del mondo fisico è appunto una verità filosofica, appartiene cioé all'epistéme. Poiché per Bruno l'universo non può essere separato dal suo principio, l'universo è Dio. L'unità dell'universo ha un duplice aspetto: è unità dell'universo dispiegato, ed è l'unità di tutti gli opposti. Questa unità invisibile non è unità vuota, ma comprende tutto e insieme è tutto. Per Bruno questo è anche il pensiero di Parmenide, travisato da Aristotele. Se l'unità invisibile comprende tutto ed è immobile, perché esiste il divenire? Perché le cose mutano? Bruno risponde che la mutazione non va alla ricerca di "altro essere", ma di "altro modo di essere". Ma il movimento, per quanto grandioso e terribile, riguarda solo gli aspetti accidentali della sostanza divina, che rimane eterna e immutabile.

 

Per Bruno noi siamo in essa ed essa è in noi: la sua eternità è la nostra. Per questo motivo non si deve temere la morte, cioé l'annientamento. Ciò che va nel niente sono solo gli aspetti accidentali della sostanza divina, che è la nostra stessa sostanza e rimane eterna. Ci si libera dall'angoscia del divenire attraverso la sophìa, cioè attraverso la "sapienza", la verità dell'epistéme, giacché sophìa è conoscenza dell'unità suprema ed 1911818132-giordano-bruno-o-filosofo-malditoeterna, rispetto alla quale il resto "è vanità, è come nulla, anzi è nulla tutto lo che è fuor di questo uno". E la sophìa stessa non è separata da ciò che essa conosce (per questo Bruno non la chiama philo-sophìa), ma è la verità stessa, la stessa unità eterna di tutte le cose. Per Bruno è Parmenide, e non Aristotele, a giungere a comprendere il significato autentico dell'Uno. Ma la concordanza di Bruno con Parmenide è insieme concordanza con Eraclito, per il quale, ricorda Bruno, tutte le cose sono Uno. Così, proprio all'inizio di quell'epoca che porterà alla distruzione dell'epistéme, della verità incontrovertibile, proprio mentre l'epistéme sta per abbandonare la fiducia nella capacità immediata del pensiero di cogliere il senso più profondo della verità, quindi all'inizio della scienza moderna, quella fiducia trova nella filosofia di Bruno una delle sue espressioni più potenti.

 

Andrea Fornasari

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