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13 marzo 2013

Profili: Vincenzo Consolo

La tragedia del Nostos


consoloVincenzo Consolo (1933, Sant’Agata di Militello, Messina - 2012, Milano)   

 

“Sì, si può cadere su questo mondo per caso,

ma non si nasce in un luogo impunemente”

             ("La mia isola è Las Vegas")

 

 

 

 

Letteratura e ideologia

Di scrittori della levatura morale e dell’integrità intellettuale di Vincenzo Consolo si perdono fatalmente le tracce, in questa funesta e conformistica quotidianità, dopo la sua scomparsa, avvenuta nel gennaio 2012.  Nato a Sant’Agata di Militello, Messina, nel 1933, ma stabilitosi a Milano dopo la laurea in giurisprudenza, e per anni funzionario della Rai, Consolo compie il percorso intellettuale, prima, e letterario poi, di quegli scrittori che pencolando tra letteratura di taglio comunicativo (Neorealismo e letteratura cosiddetta di indagine civile) o espressivo-sperimentale, si risolvono a imprendere questa seconda via,  un misto di attingimento al mare magnum della tradizione linguistica e della tenace sperimentazione di vie nuove, sostanziantisi nell’innervamento nella contemporaneità degliconsolo vegas stilemi di una lingua colta, talora aulica e barocca, e nel ricorso, non di rado, alla forma del romanzo storico ai fini del lumeggiamento della condizione odierna della realtà politica, lato sensu, economica, socio-antropologica nel senso pasoliniano, cioè in inarrestabile, tragica mutazione. Sono gli anni, i ’60 del secolo ventesimo, di trasformazioni epocali: l’industrializzazione del paese, massiccia e incontenibile, e pregna di infinite e talora drammatiche contraddizioni, col conseguente inurbamento di masse vieppiù copiose di persone che convergono verso le grandi realtà industriali.

 

Si riflette anche sulla realtà linguistica italiana, favorendo la nascita di una neo-lingua di taglio tecnicistico, se non di una vera e propria metalingua, devastatrice degli schemi del linguaggio tradizionale in favore di un codice comunicativo di tipo spietatamente e lucrativamente mediatico. Un tema, questo della metamorfosi linguistica, che appassionerà Consolo per tutta la vita,  e i cui riflessi decisivi esplicherà in tutta la sua opera letteraria, tesa all’incessante conato di interpretazione della società attraverso lo specimen della lingua  in incessante mutazione. A chi gli chiedesse, infatti, perché avesse iniziato a scrivere e, soprattutto, a cosa tendesse la sua scrittura, il Nostro rispondeva che egli era affascinato e inquietato a un tempo dalle trasformazioni che avvenivano sotto i suoi occhi, e che quella realtà socio-antropologica in fieri aveva voluto descrivere e rappresentare in letteratura, dando voce a coloro che di quel processo storico-sociale erano l’anello debole: i lavoratori, in specie provenienti dal meridione d’Italia, che annaspavano nelle maglie della industrializzazione  selvaggia, rimanendone non di rado travolti.

 

consoloErano i tempi in cui valorose riviste, come Il Menabò, diretta da Vittorini, s’occupavano di descrivere questa peculiare realtà e incoraggiavano giovani scrittori e intellettuali a fornire il loro contributo d’idee, a meglio sviscerare tematiche altrimenti ignorate dalla stampa e dalla critica ufficiali. E proprio la volontà di dar voce ai vinti, verghianamente, di rappresentarne la passione etica, gli slanci esistenziali, le frustrazioni e le speranze crollate sotto il peso della storia, scritta come  sempre dai vincitori, inaugurano il percorso letterario di Consolo, col suo primo romanzo, “La Ferita Dell’Aprile”, edito da Mondadori nel 1963. Vi si narrano le vicende della tristissima strage di Portella della Ginestra, e il contesto socio-politico di quell’epoca, dominato dai baroni del latifondo in combutta con frange del movimento separatista siciliano e con potenti cosche mafiose, che, per avversare le legittime richieste dei contadini richiedenti la spartizione delle terre incolte, non esitano a far sparare dagli scherani del bandito Giuliano sulla folla inerme che festeggiava il Primo Maggio, donne, vecchi, bambini, macchiando di sangue innocente lo scenario delle imminenti elezioni politiche del ’48, poi vinte dallo schieramento clerico-fascista ai danni del blocco socialista del Fronte del Popolo, i cui membri subirono in Sicilia le più atroci intimidazioni, se non quando furono fisicamente soppressi.

 

consoloNon è altro che la realtà di un’intera classe di contadini, di braccianti, prossima all’estizione e che di lì a poco andrà a costituire il nerbo della classe operaia del sud dell’Italia nelle grandi realtà industriali del nord. A questa scomparsa di un’intera classe sociale rivolge lo sguardo  Consolo, descrivendone la fine con tratto lucido, di quando in quando venato di straziata pietas, e, attraverso i nobili filtri dello strumento letterario, celebrandone, in chiave laica, il requiem.

 

«Al di qua della morte, mentre siamo in vita, il dovere dell’intellettuale è quello di essere partecipe a quelli che sono i destini di infelicità dell’uomo, che risiedono nelle zone di marginalità della società, nelle classi meno privilegiate, meno abbienti, e quindi bisogna capire quali sono le condizioni di questi emarginati e perché questi emarginati in certi momenti tragici arrivano a dei gesti estremi»

 

Uscito dopo ben tredici anni dall’opera prima, per i tipi di Einaudi nel 1976, “Il Sorriso Dell’Ignoto Marinaio” descrive la vicenda storica dello sbarco di Garibaldi in Sicilia, nel quadro complessivo dell’Unità d’Italia e dei fatti che quell’evento precedettero. Attraverso  gli occhi di un esponente dell’aristocrazia illuminata, il barone Enrico Pirajno di Mandralisca, figura storica realmente esistita, dapprima convinto militante nelle fila liberali e poi profondo studioso della vita delle… lumache. Possessore, tra l’altro, del celebre quadro Sorriso D’Ignoto, attualmente custodito nel museo Mandralisca di Cefalù, Palermo, attribuito al genio di Antonello da Messina, da cui prende spunto Consolo per narrare la vicenda letteraria. L’affascinante figura del barone, filtrata encomiabilmente dallo strumento letterario, assurge a voce testimoniale del grande cambiamento storico inconsolo divenire, e rappresenta una sorta di rivincita antigattopardesca nella letteratura siciliana, e l’affermazione della storia come tramite metamorfico in mejus  della realtà,  di contro alla fatalistica e pessimistica metastoria di Tomasi di Lampedusa, con la sua visione rassegnata di una Sicilia condannata all’immobilità e allo stagnante e imputridente status quo, sullo sfondo dell’idealizzazione di un’aristocrazia avviata al suo epicedio e melanconicamente e sterilmente al definitivo tracollo. La storia, nella sua accezione di somma di eventi minimi concatenati e suscettibili di divenire la Storia, dunque, come strumento di cambiamento, ma soprattutto come opportunità di dar voce agli emarginati, tagliati fuori altrimenti da ogni linea di comunicazione.

 

La tematica della lingua sommersa e della scomparsa della Luna

Inizia con “Lunaria”,  Einaudi, 1985, la fase che seppur ascrivibile a un crepuscolarismo incipiente sul piano ideologico, rappresenta per Consolo l’inaugurazione della sua migliore stagione poetico-letteraria. Ormai si fa strada nello scrittore la consapevolezza dell’inadeguatezza dello strumento letterario, della scrittura ontologicamente concepita, a fronteggiare, con qualche possibilità di frapporre un argine, la deriva irrimediabile della società dei consumi conducente alla mercificazione della persona umana. In questo lavoro di pretta ascendenza teatrale, ma nel senso, a detta dello stesso autore, della sua pratica irrappresentabilità, poiché pensata in forma eminentemente poematica, si narra in veste dolorosamente  metaforica della caduta della Luna, in una contrada senza nome e in un’epoca vagamente riconducibile al periodo settecentesco nella Sicilia vicereale, ma vincenzo consolo lunariacon un occhio rivolto, come sempre, a una proiezione dell’azione artistica al tempo presente. La caduta della Luna, nell’immaginario consoliano, rappresenta la caduta e la perdita irrimediabile di un’intera civiltà, la caduta del concetto di cultura sopraffatta dalla barbarie del quotidiano. Con toni ora elegiaci ora dialogici ma sempre in forma poematica e lirica, la narrazione procede per singulti, la contemplazione estatica si alterna alla dolente rappresentazione di un mondo in decadenza. Fino alla chiusa inevitabile che svela, qualora ve ne fosse bisogno, il pensiero del Nostro:

<< Ma se malinconia è la storia, l’infinito, l’eterno sono ansia, vertigine, panico, terrore… Lei, la Luna, ci salvò e ci diede la parola. Lei schiarì la notte primordiale, fugò la dura tenebra finale…Se ora è caduta per il mondo, se il teatro s’è distrutto, se qui è rinata, nella vostra contrada senza nome, è segno che voi conservate la memoria, l’antica lingua, i gesti essenziali, il bisogno dell’inganno, del sogno che lenisce e che consola>>

 

 

“Retablo”, Sellerio, 1987, simboleggia  l’immersione nella materia incandescente della poesia allo stato ferino, attraverso lo strumento più potente che essa ha a disposizione per scardinare il mondo della ragione illuministica: l’amore. Una continua lotta tra poesia e ragione, tra estasi e tormento, tra tentazione di abbandonarsi al caos del battito cardiaco, tachicardicamente attratto dal gorgo del sentimento, e anelito a respirare la consolante aria della liberazione dal giogo delle passioni. E’ il libro più lirico di Consolo, uno scenario pittorico, un Retablo per l’appunto, con storie plurime e parallele scritte e riscritte sulla duplice carta di un unico palinsesto, a significare come gli opposti, cusanianamente, a volte si sfiorino se non coincidano del tutto. Una Sicilia ferale e torbida, impasto di magia e ragione, di violenza belluina e ansia incoercibile di redenzione, triangolo di perdizione e catarsi in inestricabile viluppo. Su tutto, il tema del viaggio, che irrompe in via definitiva, come percorso iniziatico verso il cuore umano, nella poetica consoliana. Il viaggio, nel senso più prosaico, afferisce invece a un distinto cavaliere, Clerici, valente pittore, che percorre l’Isola in compagnia di personaggi allegoricamente esplicativi delle tematicheconsolo summentovate e dominanti nell’opera. La lingua utilizzata è quella che definiremmo un pastiche di aulica terminologia e distorsione dialettale virata verso lidi letterariamente pregnanti. Un barocchismo teso a innervarsi nella trama del presente. Forse il picco più alto nella mirabile opera del Maestro.  

 

Tuttavia, man mano che si procede attraverso le tappe cronologiche dell’opera consoliana, s’avverte , vieppiù crescente, nello scrittore il senso di inadeguatezza  a rappresentare , vorremmo dire vittorinianamente, con pienezza di senso, una società in drammatica trasformazione nella quale unico dato costante e ineluttabile è il degrado di valori  fino ad allora tenuti per capisaldi esistenziali. E la conseguente e sopravvenuta inutilità della parola a sovvertire questa discesa nell’abisso dell’omologazione, del gesto conformistico e rapace, volto faustianamente all’accesso a un concetto di arida parvenza, a una confortevole ma spaventosa adesione a una dequalificante mitografia di matrice mediatico-populistica. Questa ormai acquisita consapevolezza  di impotentia narrandi, s’avverte già ne “Le Pietre Di Pantalica”, Mondadori 1988, una raccolta di racconti nella quale i temi summenzionati acquisiscono drammatico rilievo: una storia che, lungi dall’essere foriera di insegnamento, assurge a strumento stesso della beffa, in ordine a quella che un altro grande e sottovalutato scrittore, Manganelli, avrebbe definito “Hilarotragedia”, cioè il cangiarsi in beffa di alate speranze, il ribaltamento delle aspirazioni pantalica vincenzo consoloumane in un atroce contraltare ironico. In una Sicilia, arcaica o moderna che sia, in inestricabile viluppo temporale, sospesa tra magia e ragione, tra la concezione di un passato definitivamente perduto e un presente ebbro dei fumi della devastazione e dell’oltraggio.

 

Ne sia somma testimonianza il racconto intitolato Filosofiana nel quale i due protagonisti, in ossequio a taluni indizi, partono alla ricerca della tomba del tragediografo greco Eschilo,  che si suppone esistente in un luogo imprecisato della campagna gelese. E proprio quando, nottetempo, rimosse le zolle a colpi di vanga, il successo sembra a portata di mano, con grandi scene d’esultanza, essendo riaffiorato in superficie quello che sembra essere il volto di una statua del periodo eschileo, ecco che, invece, esso si disvela come un mascherone aristofanesco con tanto di linguaccia! A significare il destino che si fa beffe degli sforzi e delle speranze umani, una ricerca del senso tragico dell’esistenza mutato aristofanescamente in farsa. Il romanzo che dà più notorietà  a Consolo è certamente “Nottetempo, Casa Per Casa”, vincitore del Premio Strega, edito da Mondadori nel 1992.

 

Un romanzo che è impregnato dal senso verghiano della sconfitta, della completa inanità di ogni sforzo umano dinanzi alla potenza nefasta di un fato inafferrabile e oscuro che si sostanzia nella selva dei pregiudizi umani che finiscono col travolgere ogni tentativo illuministico di cambiare la realtà. Col protagonista, Marano, che vede vanificate le sue speranze di innalzarsi a una miglior sorte, con un padre tenuto in concetto di lupo mannaro, in realtà solo depresso, una sorella abbandonata in ragione di ciò dal suo fidanzato e che rovina nella follia, ed egli stesso che, impossibilito a far valere le sue idee progressiste, è costretto ad abbandonare la sua terra. Sullo sfondo, la torbida vicenda dell’arrivo in paese del controverso Aleister Crowley, esoterista inglese realmente esistito, che fonda una setta satanica denominata Abbazia di Thelema, e di evocazione in evocazione  del demonio, sconvolge la vita degli autoctoni abitanti. Il tutto narrato con squisita maestria da Consolo, in quella sua peculiare lingua che è il magico impasto di termini aurei e di elementi idiomatici dialettali, di vago stampo gaddiano , che rende praticamente unico nel panorama letterario italiano del secondo Novecento lo scrittore siciliano.

 

Dalla tragedia del Nostos all’afasia come destino

 

«È necessario comunque scrivere, ma scrivere in una forma che sia non più dialogante, riducendo la parte dialogica, comunicativa, spostarsi sempre di più verso la parte espressiva, la parte poetica, perché la poesia è un monologo e quindi ti riduci nella parte del coro dove non puoi che lamentare la tragedia del mondo»

 

 

(Da sinistra a destra: Vincenzo Consolo, Leonardo Sciascia, Gesualdo Bufalino)

 

Il tema del Nostos, del ritorno, è sempre tragedia in divenire. Nella poetica consoliana esso è disincanto ineludibile, disillusione, disinganno. Tra il vagheggiamento poetico d’una forma e la cruda realtà in cui quella forma s’invera, v’è lo stesso scarto che tra la poesia come entetelechia, forma delle forme, e la vita stessa, nel suo procedere per devastazione di simboli. In quest’ottica, mai consolatoria, vanno letti i due romanzi, se poi romanzi e non racconti autobiografici di iniziatici viaggi verso il finire, vanno letti i due libri, usciti per Mondadori, rispettivamente nel 1994 e nel 1998, “L’Olivo E L’Olivastro” e “Lo Spasimo Di Palermo”. Sono, entrambi, la cronistoria dolente e lirica al contempo, come può essere lirica una brezza poetica che soffi via la stessa esistenza, d’un mondo, d’una nazione, d’un lembo di terra, d’un ricordo, d’una trama d’affetti e di memorie felici, di un viaggio in Sicilia. Attraverso tappe che si rassomigliano più a delle stazioni d’una immaginaria via crucis, nelle quali ogni ricordo di civiltà, di armonia, di bellezza trasfusaconsole spasimo nel gesto plastico e augusto dell’arte, è spazzato via da una società che ha ribaltato i valori fino a cangiarli nel loro terrifico contrario. In questi libri si rafforza, sclerotizzandosi, quasi nell’atto supremo della morte per impietramento,  l’eterno iato tra ordine e caos, ragione e follia, bellezza e devastazione.

 

Laddove le seconde frange della tragica dicotomia hanno la meglio sulle prime, divorando ogni tentativo ottimistico di reductio ad rationem del caos incoercibilmente dilagante. L’Io narrante, lo scrittore stesso, ritorna ai suoi luoghi di origine, compie un più vasto itinerario, poi, per l’intera isola, premuto dall’ansia di partirsi dalle nebbiose lande lombarde, preda vieppiù di orde di barbari (Consolo è stato sempre intellettuale attento ai cambiamenti anche politici dell’Italia, scomodo per i suoi giudizi nettissimi e mai transigenti col potere, da autentico marxista in senso gramsciano, come egli stesso amava definirsi), sprezzanti di ogni regola di convivenza civile e di ogni istanza di democratico rispetto verso persone e istituzioni. E vi trova, invece, sotto altre ma non meno nefaste forme:  la barbarie che ha trionfato sul diritto, l’arroganza delle classi politiche che ha cancellato ogni residua traccia di splendore artistico, l’omologazione conformistica e volgare a falsi miti mediatici che hanno spazzato via ogni forma di creatività, e, drammatica più che mai, più di sempre, la lebbra mafiosa che ha corroso sin dalle fondamenta ogni possibilità di convivenza civile e ogni istanza di libertà. Non a caso, il finale de “Lo Spasimo Di Palermo”, titolo tratto da un quadro di Raffaello, Lo Spasimo di Sicilia, attualmente custodito al Museo del Prado di Madrid, riecheggia in tutta la sua ferina drammaticità l’attentato di mafia nel quale rimasero uccisi il giudice Borsellino e la sua scorta.

 

olivo olivastro consoloQuasi una sconsolata epitome, la constatazione che l’elemento maligno dell’esistere può essere sì contemplato in tutta la sua efferatezza, volgarità, sconcezza, abominio, raccontato e condannato  con gli strumenti della parola umana, dell’arte, ma mai sconfitto. E’ allora che la parola tende sempre più al silenzio, si fa flebile brezza che soffia tra le fronde del tempo presente, diviene un canto leggero di là dalla linea dell’essere, ma al di qua è sogno e illusione, afasia poetica e silenziosa voglia di oblio. Recentemente, qualche mese dopo la sua scomparsa, sempre per Mondadori, è uscito un volume, “La Mia Isola E’ Las Vegas”, che raccoglie cinquantadue racconti brevi che Consolo pubblicò su riviste varie  e quotidiani. Si tratta di prose, talune anche giovanili, che nulla aggiungono all’acclarata  grandezza del Nostro ma suonano come un commosso e legittimo omaggio a uno dei “grandissimi” della nostra letteratura, a uno degli scrittori e intellettuali più integri ed eticamente coerenti della nostra contristata epoca, pregna di volgari imbonitori, di prezzolati giullari  venduti al potere, di  grottesche mezzecalzette spacciate per scrittori e artisti, tutti mossi teleologicamente dalla funesta e sciocca ricerca del successo mediatico come unico orizzonte possibile.

 

Rocco Sapuppo

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

- La ferita dell'aprile, romanzo, Milano, Mondadori, 1963; Torino, Einaudi, 1977; Mondadori 1989 (con introduzione di Gian Carlo Ferretti).

- Il sorriso dell'ignoto marinaio, romanzo, Torino, Einaudi, 1976; Milano, Mondadori, 1987 (introduzione di Cesare Segre).

- Lunaria, racconto, Torino, Einaudi, 1985; Milano, Mondadori, 1996.

- Retablo, romanzo, Palermo, Sellerio, 1987; Milano, Mondadori, 2000.

- Le pietre di Pantalica, racconti, Milano, Mondadori, 1988; 1990 (con introduzione di Gianni Turchetta).

- Catarsi, racconto, in Trittico, a cura di Antonio Di Grado e Giuseppe Lazzaro Danzuso Catania, Sanfilippo, 1989.

- Nottetempo, casa per casa, romanzo, Milano, Mondadori, 1992 Premio Strega; 199 (con introduzione di Antonio Franchini); Torino, Utet, 2006 (con prefazione di Giulio Ferroni).

- Lo spasimo di Palermo, Milano, Mondadori, 1998.

- Di qua dal faro, saggio,  Milano, Mondadori, 1999.

- Il corteo di Dioniso, tre racconti, Roma, La Lepre edizioni, 2009.

- La mia isola è Las Vegas,racconti, Milano, Mondadori, 2012.


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