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5 maggio 2013

Antonin Varenne

L’ARENA DEI PERDENTI

2013 - Einaudi Stile Libero

antoninDopo il bellissimo “Sezione suicidi”, uscito sempre per la collana Stile Libero di Einaudi, adesso l’editrice torinese dà alle stampe un nuovo romanzo di Antonin Varenne uscito in patria nel 2011 col titolo “Le Mur, le Kabyle et le Marin”, un’altra storia dalle tinte fosche che scava dentro il cuore nero dell’animo umano, in quel grumo di dolore e sofferenza  in cui spesso si incastra l’esistenza. E’ così per Gorge Crozat, poliziotto disilluso, solitario nella Parigi di oggi, che per arrotondare il salario combatte come pugile sui ring di periferia, è soprannominato Il Muro per la sua imponenza fisica e la capacità di incassare, i soldi così guadagnati li usa per ottenere la compagnia di prostitute nere, le uniche in grado di donare un po’ di requie ai suoi tormenti esistenziali. Ma le cose si complicano quando accetta, per conto di un individuo piuttosto losco, di usare i suoi pugni per intimidire e punire chi gli veniva indicato. La vicenda del poliziotto è alternata con quella del giovane Pascal Verini, mandato a combattere in Algeria nel 1958, qui scoprirà la sporca guerra in un avamposto sulle montagne, fra il ricorrente rischio di agguati e le urla disperate dei torturati che rompono il silenzio delle notti, non basterà la frequentazione dei bordelli a rendere meno dura e terribile quell’esperienza: fra i prigionieri Pascal stringerà un rapporto complesso e tormentato col cabilo Rachid.

 

Queste due storie si incontreranno poi in un finale teso, ricco di suspence e colpi di scena, lasciamo al lettore il piacere di scoprirlo. Ci sono alcune costanti nei libri di Varenne, la prima è l’attenzione al corpo, alla sua fisicità, alla capacità di resistere al dolore, le pagine di grande forza, alla Jack London, sugli incontri di boxe o quelle terribili sulle torture inflitte ai prigionieri algerini in questo “L’arena dei perdenti”, nel romanzo precedente gli spettacoli sadomaso, il corpo dei suicidi. Il corpo è sempre al centro dell’attenzione di Varenne, visto essenzialmente come luogo di sofferenza e di resistenza su cui scrivere il proprio destino, sangue, ferite, tumefazioni, gonfiori, piaghe, cicatrici, ma anche piercing, tatuaggi, sono levarenne lettere con cui la vita incide e rende leggibili i corpi . La seconda è la memoria, che va coltivata per non dimenticare il passato, quei buchi neri con i quali bisogna fare i conti, e la guerra d’Algeria è un punto oscuro nella storia francese i cui miasmi arrivano fino all’oggi, e qui l’autore ricorda la lezione di Didier Daenincks, ma la memoria può anche essere una maledizione, quando il passato è troppo doloroso da ricordare ed è impossibile lenire la sofferenza, l’angoscia e il senso di colpa che ci provoca.

 

« “E lui cos’è?” Crozat steso al sole, con le braccia aperte tra l’erba del giardino, aveva infilato la testa nel boschetto di bambù. “Amnesico”. “Ha una bella fortuna.” Rachid alzò il bicchiere verso il soffitto. “All’amnesia.” Bevve un sorso e si leccò le labbra screpolate . Pascal bevve a sua volta. “Non mi ricordo neanche cos’eravamo.” Si girò verso Rachid “Giovani?”». Altro tema è quello del rapporto fra vittima e carnefice, quella sindrome di san Sebastiano che li lega indissolubilmente e qui manifesto nell’incontro di boxe in cui Crozat si farà consapevolmente massacrare dall’avversario, fino al coma e alla perdita di memoria. Il dolore fisico come forma di espiazione e salvezza, il martirio come passaggio per la salvezza o per la dannazione. Come dichiarato dallo stesso Varenne il libro nasce dalle testimonianze e dai racconti fattigli dal padre poco prima di morire: «Questo libro è suo, il suo triste tesoro di memoria rosicchiata, la sua cassa di vecchie banconote»

 

Ignazio Gulotta

trad. di Fabio Montrasi, pp.295   

 

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