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10 gennaio 2016

Francesco Rosi

Io lo chiamo cinematografo, conversazione con Giuseppe Tornatore

2012 - Mondadori

Rosi copertina-libro“Io ho fatto dei film, non ho mai pensato di sostituirmi a un politico. Ho solo voluto  capire cosa accade nel mio paese. La storia, la politica, il progresso dell'uomo e della civiltà. Niente come il cinema può farti conoscere un paese”.

 

Queste parole riassumono efficacemente il pensiero e l'opera di Francesco Rosi, protagonista di primissimo piano del nostro novecento cinemtografico. In occasione del primo anniversario della sua morte, avvenuta a Roma il 10 gennaio 2015, Distorsioni ripropone la lettura del libro-intervista "Io lo chiamo cinematografo, conversazione con Giuseppe Tornatore" (sulla falsariga del celebre "Il Cinema secondo Hitchcock" di François Truffaut).

Nel dialogo con Giuseppe Tornatore, condensato in quasi 500 pagine di lettura scorrevole, divertente, appassionata e malinconica, il regista napoletano ripercorre la sua vita, privata e soprattutto artistica, straordinaria avventura di un autore che ha “inventato” uno stile cinematografico (fonte d'ispirazione per registi dalle tendenze più disparate: Coppola e Scorsese, Sorrentino, Garrone e Tavernier tra gli altri), nel contesto di una Rosi 3stagione irripetibile: il grandioso cinema italiano tra gli anni quaranta e settanta (in una fase in cui il nostro cinema era davvero, come ricorda Rosi, una grande famiglia: registi, sceneggiatori, attori, collaboratori e amici vari, si frequentavano abitualmente fuori dai set, scambiandosi opinioni sul lavoro altrui, spesso a tavola).

 

Tutto ha inizio grazie ad una foto del padre Sebastiano - il piccolo figlio Francesco vestito da Monello di Chaplin - che vinse un concorso indettto dalla Metro Goldwyn Mayer: un viaggio premio a Los Angeles che però i Rosi non fecero mai. Probabilmente avremmo avuto un fotografo ad Hollywood e magari un piccolo attore. Da giovane Francesco frequenta abitualmente Giorgio Napolitano, Antonio Ghirelli, Raffaele La Capria (che sarà lo sceneggiatore di molti suoi film), Aldo Giuffré e Peppino Patroni Griffi.

Rosi 4La svolta decisiva per quanto riguarda il cinema (in seguito agli inizi come direttore del doppiaggio e aiuto regista di Luciano Emmer, Raffaello Matarazzo e Michelangelo Antonioni) avvenne grazie all'incontro con Luchino Visconti. L'apprendistato come aiuto regista ne "La terra trema" (1948) (in seguito sceneggiò anche "Bellissima" e "Senso" a quattro mani con lo stesso Visconti) fu fondamentale per la formazione umana e professionale di Rosi, il quale spende sempre parole di grande affetto e ammirazione nei confronti di Luchino Visconti del quale rimase amico per tutta la vita (episodio emblematico: la presenza di Luchino accanto a Rosi in ospedale, mentre Giancarla metteva al mondo Carolina).

rosiNei ricordi di Francesco Rosi l'amatissima moglie Giancarla (sorella della stilista Krizia), morta tragicamente qualche anno prima del regista, occupa un posto di primissimo piano: la sua intelligenza, la discrezione, le amicizie (tra le quali molte in comune col marito: Visconti, Fellini, Mario Monicelli che fece anche da testimone alle loro nozze o Furio Colombo e Antonello Trombadori), le interminabili partite a carte notturne (tra gli episodi raccontati sulla loro “casa-porto di mare”, Marcello Mastroianni che suona alle due e mezzo di notte per giocare o chiacchierare e le telefonate di Fellini che chiamava alle 4 di mattina per discutere dell'ultimo film di Francesco).

 

Il lungo colloquio tra Rosi e Tornatore, durato circa due anni di incontri, segue un percorso cronologico incentrato sui film girati (da "La sfida" del 1958 a "La tregua" del 1997), con divagazioni, aneddoti, impressioni su film visti, ricordi di colleghi, ecc. Si passa dall'ammirazione per cineasti come John Ford ("Ombre Rosse" è il film altrui che Rosi avrebbe voluto fare) e Clint Eastwood a giudizi taglienti su Quentin Tarantino (“E' irritante. Non mi ha mai fatto impazzire”). Oppure di rivelazioni sul lavoro: emblematiche in tal Francesco Rosi e Tornatoresenso le circostanze nelle quali venne preferito nientemeno che a Stanley Kubrick: Emilio Lussu, autore del romanzo "Un anno sull'altipiano" negò i diritti del libro al regista americano (il quale vi si ispirò comunque per il suo "Orizzonti di gloria", film che Lussu riteneva non attinente all'anima del romanzo) mentre li concesse a Rosi, considerando più affine al testo la poetica di "Uomini contro" (1970). Da menzionare anche l'incredibile episodio sul set de "Il bigamo" (1956) di Luciano Emmer: Salvo Randone, intimorito e tremolante dal dover girare una scena insieme al mostro sacro Vittorio De Sica, mentre recitava fuori campo si fece tenere la mano dall'aiuto regista Rosi, al fine di tranquillizzarsi. Divertente il ricordo di una cena con Orson Welles, “bellissimo personaggio”, intento a divorare enormi quantità di ostriche. Rosi rammenta anche le frequentazioni con Roberto Rossellini, incontrato di solito a Parigi, insieme alla cerchia dei giovani registi della Nouvelle Vague in adorazione al cospetto del padre del Neorealismo.

 

Locandina Salvatore GiulianoLa lavorazione di quello che rimane forse il suo capolavoro, "Salvatore Giuliano" (1963), occupa un ruolo preminente rispetto alle altre pellicole girate: Rosi si emoziona ancora al ricordo della popolazione di Montelepre che partecipò attivamente al film; qualcuno di loro era stato anche amico di Giuliano. Dapprima un clima di diffidenza (“Nessuno sapeva che tipo di film avrei fatto. Pertanto sindaco, tenente dei carabinieri e parroco mi fecero un interrogatorio pubblico al cospetto del consiglio comunale”) ma poi la figura del regista divenne familiare e in molti fecero da comparsa. La scena più famosa, quella dell'eccidio di Portella della Ginestra, fu girata grazie alle indicazioni e alla presenza sul set degli stessi contadini presenti alla manifestazione di quel tragico Primo Maggio del 1947. La madre di Giuliano, nella strepitosa scena di disperazione davanti al corpo del figlio morto, è interpretata da una donna che aveva perso realmente un figlio bandito. Il film ebbe grande successo e critiche entusiastiche in tutto il mondo, vinse l'Orso d'Argento al Festival di Berlino dove Rosi indossò, come sempre in simili occasioni, lo smoking preparatogli anni prima dal nonno; Leonardo Sciascia definì Salvatore Giuliano il più bel film mai fatto sulla Sicilia. Da allora lo scrittore e il regista diventarono amici.

 

LocandinaConversando con Tornatore, il cineasta napoletano parla a lungo dei suoi principali collaboratori: iniziando dal fidato barbiere Amleto al quale sottoponeva per il taglio tutti i suoi protagonisti maschili, per continuare col produttore Franco Cristaldi, “un uomo che rispettava l'autore” (col quale realizzò ben 7 film) e i direttori della fotografia Pasqualino De Santis e Gianni di Venanzo (che Rosi “liberò” dal set di Salvatore Giuliano perchè Fellini lo volle per "8½"), passando per il compositore d'eccezione delle colonne sonore: Piero Piccioni; dagli sceneggiatori prediletti Raffaele La Capria (amico da sempre) e Tonino Guerra all'attore-feticcio, Gian Maria Volonté, splendido protagonista in ben 5 pellicole ("Uomini contro, Lucky Luciano, Il caso Mattei, Cristo si è fermato a Eboli, Cronaca di una morte annunciata").

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La figura di Gian Maria viene continuamente rievocata da Rosi (compresi i diverbi politici tra l'interprete comunista dichiarato e il regista socialista): “un attore grandissimo che si Rosi e Volontènutriva del personaggio, ne assorbiva l'immagine e le gestualità” (ad esempio sul set de Il caso Mattei, Volonté giorno dopo giorno 'diventava Mattei'), copiava a mano 2-3 volte la sceneggiatura per entrare meglio nella parte, ricordava anche le battute degli altri attori. Un uomo silenzioso e riflessivo, non facile, sempre attento all'aspetto sociopolitico dei film (in alcune scene di Lucky Luciano girate negli Usa, Gian Maria non compare perchè, in quanto comunista, non gli concessero il visto d'ingresso).

 

Rosi si sofferma, inoltre, su alcuni film mai fatti per i motivi più disparati, il principale dei quali resta quello sul rivoluzionario Ernesto Che Guevara: si recò a Cuba dove incontrò anche Fidel Castro, ma il regime non era disposto a concedere l'assoluta libertà artistica a Rosi, il quale pertanto abbandonò il progetto. Altre idee abortite furono: un film sul grande Rosi Leone d'orodirettore d'orchestra austriaco Herbert Von Karajan e un altro tratto da un romanzo di Sciascia, "Todo Modo"; ma in quella circostanza Elio Petri (autore per certi versi affine e stimatissimo da Rosi) arrivò prima di lui.  Rosi sosteneva che “film come Ladri di biciclette, Roma città aperta, Bellissima, La dolce vita, li dovrebbero proiettare ogni anno nei cinema, gratis per il pubblico. Nelle scuole sempre. Si potrebbero aggiungere altri titoli, alcuni dei quali realizzati da Francesco Rosi, un autore dalla levatura non ancora adeguatamente riconosciuta: accanto ai vari Rossellini, Antonioni, Fellini e Visconti, tra gli esponenti di spicco del cinema italiano e mondiale.

 

Il cinematografo è un miracolo, un grande sostegno per l'affermazione della democrazia”.

Francesco Rosi

Gaetano Ricci

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