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25 maggio 2013

A margine


bukowskiLa letteratura, la vita, la verità

 

A Bukowski (nato Heinrich Karl Bukowski) potrebbe essere applicata la massima sui Velvet Underground (attribuita a Brian Eno, ma non è fondamentale svelarne la paternità) secondo cui chiunque abbia mai ascoltato il primo disco della band di Lou Reed e John Cale abbia poi avuto la voglia, l’insostenibile impulso, di mettere su un proprio gruppo. Bukowski fa lo stesso effetto, spostandoci nel campo della letteratura: chiunque (o almeno molti) abbia mai letto lo scrittore californiano ha avuto l’irrefrenabile bisogno di mettersi a scrivere, di registrare su carta le esperienze della propria vita, senza filtro, senza censura. Se queste pulsioni siano un male o un bene non è dato sapere (per i Velvet Underground forse ha risposto già il punk, ma questo è un altro discorso), ma siamo abbastanza convinti che, molto spesso, a questo desiderio non possano corrispondere sempre delle prove riuscite. Il grosso fraintendimento è dato dallo stile: quella secchezza di lingua e di dettato, quell’apparente trascuratezza hanno fatto dello scrittore un modello apparentemente facile da imitare e seguire. Ma le cose, se si scava, non stanno propriamente così.

 

Diceva Hemingway che bisogna scrivere di quello che si conosce meglio, potremmo dire di ciò che si è vissuto. Ma questo non vuol dire che ogni scrittore debba dedicarsi soltanto alla propria autobiografia. Far passare l’invenzione letteraria attraverso il setaccio della vita è una vecchia e (in parte) insoluta controversia su cui non abbiamo spazio per insistere (ci porterebbe troppo lontano); ma in fondo la questione stessa è il fondamento su cui poggia la letteratura moderna (non è forse questa l’intelligenza poetica del reale di idealistica memoria?). Ma l’equivoco è dietro l’angolo. Il personaggio e il letterato (Cherles Bukowski/Henry Chinaski) si fondono in un’ambigua sovrapposizione, tale che nella percezione del lettore (ci sia permesso dire: poco attento) tendono ad unificarsi. Ecco dunque lo spauracchio dell’autobiografia, dello specchio, delle memorie (quest’ultima da non confondersi con la memoria, stato d’animo che caratterizza, da sempre, il letterato).

 

bukowskitstoriefolliaMa la valenza letteraria, allora, dov’è? La poetica bukowskiana s’insinua in una tradizione. Lui che può sembrare il più iconoclasta degli autori, quello che ha bruciato tutto e tutti per parlare solo con la propria voce, la voce della propria vita e del proprio vissuto, ha anch’egli dei padri, e forse anche degli avi, letterariamente parlando. Henry Miller, innanzitutto – anche se i loro stili sono quanto di più diverso esista – e non solo per gli argomenti trattati, l’insistenza sul sesso, ma perché in pochi autori la vita si rimodellava sulla pagina come esperienza letteraria (che poi si modellasse con tutt’altra forza e potenza è un altro conto: d’altronde Bukowski amava alla follia anche Cèline). E poi Hemingway, che con la sua lezione di stile (“semplice”, diranno sempre quei lettori poco attenti) ha fornito linfa ed ispirazione (specie con i primi romanzi, prima di "Per chi suona la campana" per intenderci) alle pagine bukowskiane; ma non fu solo lezione di stile, se Bukowski condivideva con Hemingway quell’amarezza da macho romantico e triste, da uomo in perenne lotta con la vita (e necessariamente sconfitto). Tutto si ritrova anche in Bukowski, magari in modo più esplicito, diretto.

 

Letteratura e vita, insomma, in uno strano abbraccio. Ma la fusione è infingarda, e la sovrapposizione figlia di una lettura forse un po’ troppo superficiale. Bukowski personaggio/poeta (per citare, forse in maniera sacrilega, la definizione coniata per Dante da Contini), alla ricerca della realtà tra i meandri della vita. Ed è Bukowski stesso che mescola le carte, dichiarando in una nota intervista a Fernanda Pivano, che quanto ha scritto «è molto vicino a quello che è accaduto. Sì, è il novantacinque per cento vero e il cinque per cento narrazione». E qui il nostro discorso potrebbe trovarsi perduto, davanti ad un’affermazione tanto impegnativa, e partigiana per la fazione dell’autobiografismo puro, se Bukowski non continuasse: «è solo un po’ levigato, intorno ai bordi». Ed è in quei bordi che si nasconde la letteratura, in quel labor limae necessario a levigarli e che trasforma la realtà in realtà letteraria.

 

Donne

 

bukpalSeguiamo ancora questa intervista: «Un mucchio di donne mi detesta, perché hanno sentito che faccio tutte queste brutte cose alle femmine». Eccolo, il luogo comune più coriaceo, la remora più dura sull’opera dello scrittore. Bukowski scrittore macho e maschilista (anzi antifemminista e bersaglio delle femministe) non tanto volgare quanto disonesto con l’altro sesso. Ma il luogo comune si svela da sé, e basta leggere in profondità le pagine dei suoi racconti, dei suoi romanzi, delle sue poesie, per capire i sentimenti veri, il motore emotivo che li fa andare avanti, per svelare l’uomo e il personaggio («pochissime di loro [le femministe] hanno letto le mie cose. Se lo facessero si renderebbero conto che spesso sono stato io quello che è stato mutilato o pisciato addosso dalle femmine»). La donna in Bukowski è spesso un mistero, un’umorale epifania in un mondo di squallore, amante e puttana, madre e compagna, fata e strega (come in Sei pollici).

 

Bukowski è capace di scrivere versi d’amore purissimo – e quasi melenso – come questi: «di notte siedo sul letto e t’ascolto / russare / t’ho incontrata in un’autostazione / e ora guardo con stupore la tua schiena / bianca fino alla nausea e macchiata / di lentiggini infantili / mentre il lume rovescia l’insolubile / dolore del mondo / sul tuo sonno. / non posso vedere i tuoi piedi / ma devo credere che sono / piedini deliziosi. / a chi appartieni? / sei vera? / penso a fiori, animali, uccelli / sembrano tutti più che buoni / e così chiaramente reali. / ma non puoi fare a meno di essere / una donna. /  siamo tutti destinati / a essere qualcosa. il ragno, la cuoca / l’elefante. / è come se ciascuno fosse un quadro, appeso al muro/ in qualche galleria. / - e ora il quadro si gira / sulla schiena, e sopra il gomito piegato / posso vedere ½ bocca, un occhio / e quasi un naso. / il resto di te è nascosto / invisibile / ma io so che sei / un’opera moderna, / contemporanea / forse immortale / però ci siamo / amati. / continua a russare / ti prego».

 

L’opera di una vita

 

charles bukowskiIl successo arriva tardi, Bukowski non è un enfant prodige, non una giovane rivelazione. Ma tutto il tempo che impiega a trovare un editore serio (prima, tanti racconti sparsi su ogni tipo di rivista) lo passa a vivere quello che poi fisserà sulla carta, a raccogliere, più o meno consciamente, materiale che trasformerà in letteratura. Tutto sarà trasformato in scrittura, continuamente, incessantemente. Scrive come se respirasse, fogli su fogli, armadi pieni di poesie, racconti, romanzi. "Storie di ordinaria follia" esce nel 1972, ed è il successo mondiale. Bukowski ha quarantadue anni, forse è troppo vecchio per farsi prendere dall’euforia della notorietà. Continua ad essere quello che è, e beve troppo per godersi appieno le luci della ribalta, ma molto probabilmente non ne ha neanche voglia. La raccolta di  "Erezioni eiaculazioni esibizioni e altre storie di ordinaria follia" corona una stagione feconda, di scrittura intensa. Il vero capolavoro c’era stato forse prima, quel "Post Office" in cui i bozzetti, gli stralci di vita s’uniscono a formare un romanzo, anti-epopea d’un perdente, disilluso uomo di mezza età alle prese con l’annichilimento quotidiano, col lavoro, le donne, il bere,

 

(«Trovo la vita del tutto priva di interessi, e questo avveniva specialmente quando lavoravo otto o dodici ore al giorno [...]. Non c’è ragione per uno che lavora otto ore al giorno di amare la vita, perché è uno sconfitto»). Ma con Bukowski la cronologia conta poco: ogni pagina, ogni racconto, ogni romanzo è un tassello di un’opera unica, che raccoglie l’esperienza di una vita e la fa (poeticamente) letteratura. «Scrivere è il novanta per cento di me. L’altro dieci per cento è aspettare di scrivere». Non importa dunque che si tratti di racconti (la forma che predilige e in cui dà il meglio), romanzi autobiografici, saggi, imitazioni chandleriane ("Pulp"), poesie (scritte a centinaia, forse a migliaia, e non Bukowski_Compagno di sbronzeancora tutte pubblicate), sceneggiature o romanzi sul mondo del cinema (Barfly, Hollywood Hollywood): Bukowski sta scrivendo ininterrottamente da quando respira, la scrittura gli è congenita; e se le sue pagine sono state talvolta chiuse tra due copertine a farne un libro a sé il fatto è accidentale. Poco contano i titoli, le opere, i generi.

 

 

Quel che conta è scrivere, sempre; e bere contemporaneamente. «Bevo quando scrivo o scrivo quando bevo?»: due operazioni da compiere all’unisono, e senza interruzione, dalla nascita alla morte. Due modi di staccarsi da una vita di merda e rifugiarsi nella bellezza («Un tempo / quando avevo 16 anni / c’era solo qualche scrittore / a darmi speranza / e conforto») e forse rincontrare vecchi amici: «e quando mi metto a scrivere mi piace sentirmi così: non so che cosa sarà la seconda battuta. Così, capisci, passa attraverso Fante e Saroyan e Hemingway, prendendo a prestito un modo di scrivere e poi mettendoci il mio modo di scrivere, per così dire, attraverso e usandolo, è stato questo a fare quello che sono» .

 

 

Le citazioni sono prese da:

C. Bukowski, Poesie 1955-1973, Mondadori, 1986

C. Bukowski, Quando eravamo giovani, Feltrinelli, 1997

C. Bukowski, Quello che importa è grattarsi sotto le ascelle. Fernanda Pivano intervista Charles Bukowski, Feltrinelli, 1997

 

 

 

Post-Office-di-Charles-BukowskiBibliografia consigliata

 

Romanzi

“Post office” (1971)

“Factotum” (1975)

“Donne” (Women, 1978)

 

Raccolte di racconti

“Taccuino di un vecchio porco” (Notes of a Dirty Old Man, 1969)

“Storie di ordinaria follia. Erezioni Eiaculazioni Esibizioni” (parte di Erections, Ejaculations, Exhibitions and General Tales of Ordinary Madness, 1972)

“Compagno di sbronze” (parte di Erections, Ejaculations, Exhibitions and General Tales of Ordinary Madness, 1972)

 

Raccolte di poesie

charles bukowski hank“L'amore è un cane che viene dall'inferno” (Love is a Dog from Hell, 1977)

“Tutto il giorno alle corse dei cavalli e tutta la notte alla macchina da scrivere” (You Get So Alone at Times That It Just Makes Sense, 1986)

 

Altro

“Quello che importa è grattarmi sotto le ascelle” (Fernanda Pivano intervista Charles Bukowski, 1997)

“Shakespeare non l'ha mai fatto” (Shakespeare Never Did This, 1979)

 

 

P.S.: in calce all'articolo due brani etilici dalla storia del blues e del rock

 

 


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