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16 luglio 2013

Blue Willa

Una peculiare alchimia di suoni


blue-willa-intervista1Prima di lasciarvi all'intervista che abbiamo realizzato con i toscani Blue Willa vorremmo fare i complimenti alla band per il loro disco omonimo uscito nel primissimo inizio di questo 2013, che sarà sicuramente uno dei nostri dischi preferiti dell'anno. Potete leggere la relativa esauriente recensione del nostro Ricardo Martillos pubblicata da Distorsioni, qui linkata in calce tra gli Articoli Correlati. Buona lettura (Ubaldo Tarantino)

 

 

L'INTERVISTA  

                                    

Ubaldo Tarantino (Distorsioni Net) - Come è avvenuto il passaggio da Baby Blue a Blue Willa? Ha significato in qualche modo voler scollegare le esperienze passate con questo nuovo approccio musicale?

Blue Willa - Tutta l'esperienza che abbiamo fatto con i precedenti album è ciò che ci ha portati fino a questo punto, e anche volendo non potremmo mai scollegarci dai Baby Blue. Diciamo piuttosto che avevamo la necessità di cambiare pelle per lavorare liberamente su tutto ciò che gira attorno al nucleo di quello che facciamo, che però in fondo in fondo è figlio dei Baby Blue. Si è trattato, soprattutto, di un cambiamento non pianificato, conseguente al risultato del suono verso cui abbiamo fatto confluire le nostre idee, ma dettato dal tentativo di trovare un nome-ombrello sotto cui sistemare un progetto che fosse un disco, un gruppo, un piccolo immaginario. Nella pratica siamo tuttavia parecchio più fatalisti.

 

BLUE-WILLA-Quanto ha influito la produzione di Carla Bozulich nel dare forma alle sonorità del disco?

Questi pezzi suggerivano già un certo tipo di atmosfere, che però nei fatti non sapevamo bene come ampliare in studio. Carla invece lo sapeva benissimo, e li ha fatti sbocciare attraverso una serie di piccoli accorgimenti ai quali da soli non saremmo riusciti ad arrivare. Dopo aver condotto i nuovi pezzi allo stadio di “bozza soddisfacente”, abbiamo avuto chiaro che avremmo avuto bisogno di mani e orecchie che non fossero le nostre per tentare un'ulteriore evoluzione. Il tentativo di coinvolgere Carla è stato talmente immediatamente fruttuoso che ci è parsa in breve l'unica strada possibile. Con lei sono accadute cose incredibili. Inoltre ci ha trasmesso un'energia immensa che si è riverberata in tutta la lavorazione del disco. 

 

Parlando del disco, c'è davvero di tutto, senza voler dare etichette a tutti i costi, dal post-punk al garage, alla psichedelia a tratti quasi tribali, ma amalgamato in maniera omogenea è funzionale all'ascolto direi. Per quanto vi riguarda, c'è stata una sorta di linea guida per così dire "di genere" oppure no?

Non siamo interessati ai generi, quanto piuttosto a ricercare continuamente una peculiare alchimia che possa avvicinare ogni pezzo ad un' esperienza sonora più che ad una costruzione intellettuale basata su delle regole codificate. L'unica linea guida, che tutti probabilmente avevamo in testa ma della quale non abbiamo effettivamente mai parlato, è stato il continuo tentativo di andare oltre a ciò che avevamo già sperimentato come Baby Blue. Siamo andati sotto tutti i punti di vista alla ricerca di soluzioni nuove, partendo da basi armoniche estremamente semplici, quasi primitive, ma che proprio per questo ci hanno lasciato uno spazio di azione molto ampio per sperimentare a livello melodico e negli incastri fra le voci e gli strumenti. Servono maestri buoni e all'occorrenza ossessioni, ma la grande trappola della parafrasi di babbi mamme e cugini è il pozzo di niente a cui nel sistema di questa musica ci si abbevera appiattendosi. Quindi: cercasi disperatamente qualcuno con il capo del filo in mano, ma le linee guida escano dalle meningi proprie più che si può.

 


bluwillaLa scelta della lingua inglese, coraggiosa in un momento di proliferazione di gruppi indie italiani?

Non è stata una vera e propria scelta, abbiamo semplicemente seguito la linea di minor resistenza. Per cantare in italiano avremmo dovuto operare una forzatura, ed abbiamo deciso di non farlo. Una lingua è una convenzione che va circostanziata, un apporto di suono e di suggestione prima ancora che di significato, e in questo momento ci sembra funzionale questa lingua per capirci lungo la strada su cui ci troviamo a transitare. In questo disco ci sono chitarre e percussioni e non ci sono fiati o campionatori, ma ciò naturalmente non li esclude dal paniere delle possibilità future.

 

Nei Blue Willa, Serena ha partecipato parecchio sia alla stesura dei brani che nel suonare la chitarra: come è stato entrare in maniera così importante nella struttura del suono del gruppo?

Questo passo ha riguardato un piccolo ampliamento dell'organico – una chitarra atmosferica, suonata anche con l'intento di tentare di ricondurre a una rappresentabilità possibile la tavolozza di suoni stesa da Carla Bozulich in sede di registrazione e mixaggio – ed alcune nuove direzioni di scrittura, ma il suono di questo gruppo, nei suoi strumenti e nelle sue voci, era già un lavoro collettivo nella sua precedente incarnazione: ispirazione e arrangiamenti sono sempre scaturiti dall'intreccio delle visioni di Mirko e Serena.

 

Trovo che molti dei vostri brani abbiano la capacità di risuonare cinematici, avete mai pensato di lavorare ad una colonna sonora?

Sarebbe molto bello, e se ci capitasse non rifiuteremmo di certo. In un certo senso questo disco è una specie di colonna sonora cinematografica al contrario, o più precisamente esiste nel nostro piccolo bagaglio un film che è la colonna visionaria aprioristica di questo disco, e cioè “The Night of the Hunter” di Charles Laughton.

 

Sempre parlando di estero, voi avete fatto numerosi concerti fuori dall'Italia (anche di recente al Primavera Sound di Barcellona). Com’è in generale l'accoglienza per la nuova musica italiana fuori dai nostri confini?

Blue-WillaSuonando all'estero ci si ritrova nudi ed è bellissimo: non ci sono attese da dover confermare o smentire, nessun pregiudizio, nessuno che ci conosce. Per noi sono crollate tutte le sovrastrutture della cosiddetta scena indipendente italiana e ci siamo ritrovati faccia a faccia con il senso vero del fare il musicista. La distanza lineare dalla sala prove è direttamente proporzionale alla sensazione di trovarsi nel posto giusto affaccendati nella giusta occupazione. La nostra esperienza su lunghe distanze è in effetti solo agli inizi e resta ancora da capire se esista un punto di vista condiviso sull'idea platonica di “musicisti indipendenti italiani”. Sono portavoce del Mediterraneo o sono italiani in gita? Noi, e i nostri compagni e amici e colleghi, dobbiamo ringraziare ogni giorno la tenacia di gruppi come (i primi che ci vengono in mente) OvO, Ronin, Father Murphy e quei pochi (ma non pochissimi) che continuano ad aver voglia di varcare confini, appiccicare vignette sui parabrezza, farsi scivolare addosso lingue e valute. Abbiamo sperimentato che l'apprezzamento del pubblico dipende esclusivamente dalla quantità e dalla qualità dell'energia che riceve dal tuo concerto e dal tuo modo di relazionarti alla situazione nella quale ti vieni a trovare.

 

Ci raccontate qualcosa di particolare/divertente che vi è successo in tour?

Un signore molto anziano ci ha detto che la nostra musica gli ricorda i canti degli Indiani d'America, guadagnandosi per sempre un posto d'onore nei nostri cuori.

 

blue willaCosa state ascoltando ultimamente?

Tanta musica classica, raga indiani, Angelo Badalamenti, Nora Keyes, Soap & Skin, Alessandro Fiori, “Red Headed Stranger” di Carla Bozulich, Iceage, Christopher Owens, Grimes, Chambers, Sunnyvale Creeperz, Royal Trux, Vampire Weekend. I momenti di ascolto collettivo si mettono in atto nei tragitti da una località di concerto all'altra: durante questi momenti, solitamente, convergiamo per tacito accordo sui Grandi Classici della Musica Moderna o su cose un po' scabrose che non riteniamo corretto esplicitare in questa sede.

 

Se doveste fare una cover, che brano scegliereste?

Danny Don't Rapp di Daniel Johnston, oppure Apple Orchard dei Beach House.

 

Un desiderio da cercare di far avverare da qui ai prossimi tre anni?

Fare un altro disco più bello di questo, senza perdere il privilegio di poter dedicare tempo al desiderio.

 

Ubaldo Tarantino
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