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24 settembre 2018

Punkreas

Spetta al punk dar voce a chi non ha più nulla


punkreasAbbiamo incontrato Paletta (basso/voce) e Noyse (chitarra/cori) dei Punkreas nel post-concerto dell'8 Settembre 2018 (Rock in Lama Festivalalla Piscina Comunale di Bitonto (Bari), per scambiare due chiacchiere sulla loro performance, il nuovo lavoro (l'EP “Inequilibrio”) e il futuro del punk.

 

 

L'INTERVISTA 

 

Riccardo Resta (Distorsioni) - Durante il concerto hai rivelato le tue origini bitontine. Com’è stato suonare nel paese in cui è nato tuo padre?

Noyse - È stato molto emozionante. Peraltro, è stato il nostro primo concerto a Bitonto; abbiamo suonato qui vicino, a Giovinazzo, nel 2010 e già in quell’occasione vennero a sentirmi tutti i miei parenti, ma mai qui. Mio padre non mi ha mai visto suonare dal vivo quindi è stato veramente bello fargli quest’omaggio che mi ha, a dire il vero, un po’ confuso. Per tre canzoni sono stato in tilt.

 

Siete da trent’anni sulle scene. Qual è il vostro elisir di lunga vita?

Paletta - Senza dubbio il pubblico che viene a vederci e che ci segue. È la linfa vitale che ci fa andare avanti.

 

Nel vostro ultimo EP "Inequilibrio" siete tornati a proporre quello che vi ha contraddistinto per tutta la vostra lunga carriera, offrendo una lettura molto critica e pungente della società. Credete che in un’epoca in cui è stata proclamata la morte delle ideologie, in cui si preferisce parlare alla pancia della gente, sia la musica a doversi far carico del compito di parlare alla testa?

punkreasN. – Sì, è un compito che spetta alla musica e in particolar modo al punk, inteso come attitudine. Per assurdo, quando abbiamo iniziato noi a suonare la situazione politica, economica e sociale era migliore rispetto a quella di oggi. Ai giovani di oggi hanno rubato la speranza e il futuro, vivono nel precariato senza la possibilità di costruirsi una vita. Hanno tutto il diritto di prendere un microfono e gridarci dentro la voglia di riprendersi ciò che gli hanno rubato. E se per loro è un diritto, per noi è un dovere: oggi più di prima il punk ha ogni ragione di esistere.

 

Negli ultimi tempi avete collaborato con artisti molto diversi da voi come Fedez (con cui avete registrato il brano Santa Madonna) e Lo Stato Sociale (intervenuti nel pezzo In Fuga). Come sono avvenuti questi incontri e com’è stato misurarvi con queste nuove realtà?

N. – Quella con Fedez è stata una storia particolare. Lui conosceva il nostro manager di allora e nel suo ufficio vide il nostro poster; gli disse di essere un nostro fan e che avrebbe a tutti i costi voluto fare un pezzo con noi. Quando il nostro manager ci comunicò la sua volontà di conoscerci e di collaborare noi non sapevamo chi fosse. Fu così che venne a punkreas trovarci in saletta; si presentò con un atteggiamento molto umile, ci offrì da bere, ci fece ascoltare il suo album, che poi sarebbe diventato un successo, e ci chiese di partecipare in una di quelle canzoni. Noi, però, non ci rispecchiavamo nei brani che aveva scritto; gli dicemmo che non avremmo saputo veramente cosa fare. Abbiamo messo la cosa in stand by con la promessa di farci venire un’idea che desse un senso alla collaborazione. È stato così che ci siamo informati meglio e abbiamo scoperto che faceva rap/hip-hop, un genere in cui di solito la donna è vista in maniera sbagliata, esclusivamente come merce. Abbiamo quindi pensato di fare un pezzo su quest’argomento, in modo da arrivare a parlare con un pubblico che non è il nostro punkreasprovando a offrirgli una visione differente della donna rispetto a quella generalmente diffusa nel rap. Allo stesso tempo abbiamo voluto criticare anche la visione opposta, quella cattolica/istituzionale che impone alla donna di essere “santa”. È nato così questo brano con Fedez, talmente blasfemo che non possiamo in alcun modo essere accusati di aver inseguito una trovata commerciale, dal momento che cantiamo “Eva Puttana, Santa Madonna/Così la chiesa ci insegnò cos'è la donna”. Con Lo Stato Sociale è andata in maniera simile, anche se gli artisti sono molto diversi: anche loro sono venuti a trovarci in saletta e abbiamo passato una giornata insieme a parlare di punkreas musica e di temi politici e sociali. Ci siamo accorti di avere molti punti in comune; nonostante musicalmente fossero molto lontani da noi, avevano la stessa voglia di parlare di cose importanti in maniera divertente e non troppo seriosa. In seguito ci siamo incrociati in diverse manifestazioni che hanno confermato l’affinità fra noi e loro; tra le band giovani sono gli unici che vediamo quando ci sono delle iniziative “di movimento”. Quando hanno ascoltato i pezzi del nostro album del 2016, “Il Lato Ruvido”, se ne sono innamorati talmente tanto e di lì è venuta automatica la voglia di fare un pezzo insieme. L’affinità nei contenuti è molto grande anche se facciamo due generi totalmente diversi.

 

I Punkreas hanno fatto da padri ad almeno un paio di generazioni di band punk italiane. Ce n’è qualcuna che potrebbe raccogliere il vostro testimone?

P. – Sebbene ci sia qualità nella musica di oggi, è molto più difficile portare in giro le idee perché manca un vero e proprio movimento musicale, così come mancano i posti dove suonare. Ci sono, però, dei talenti in giro che potrebbero raccogliere la nostra identità, anche se è sempre più difficile vederli sul palco.

punkreas N. – Il problema è che non ci sono più i presupposti per cui sono nate tante band che facevano punk. Quando abbiamo iniziato noi era un genere che non andava di moda; negli anni ’90 anche gli “alternativi” ascoltavano metal. Abbiamo iniziato a fare punk perché lo sentivamo dentro, era una necessità che andava al di là di tutto. Non pensavamo ai dischi o alla carriera. A metà degli anni ’90, poi, c’è stato il fenomeno punk dalla California, con gruppi come Green Day e Offspring, e molte band sono nate cavalcando quell’onda di successo. I presupposti erano meno solidi rispetto ai nostri, e infatti quando il punk non è stato più un fenomeno di moda tanti di quei gruppi si sono sciolti al sole. Adesso, con l’avvento di internet, le nuove band non suonano più per esprimere quell’urgenza che viene da dentro e che è tipica del punk, ma iniziano già con i video e le visualizzazioni come obiettivo. Un approccio molto meno solido di quello che avevamo noi ai nostri tempi.

 

Venite da Milano, e anche durante il concerto avete parlato di come negli ultimi anni sia cambiata certa politica radicata nel Nord Italia, pur mantenendo come fondamento il rifiuto dell’alterità. Se prima la propaganda si faceva sulla pelle dei meridionali, adesso la si fa sulla pelle di chi viene da posti ancora più a Sud. Esiste secondo voi una soluzione “punk” per questi fenomeni dilaganti di xenofobia?

punkreas P. – Secondo me l’unica cura possibile è pensare a un mondo orizzontale, smetterla di considerare qualcosa come più a Sud di qualcos’altro. In questo senso noi diciamo di essere “terrapiattisti”.

N. – L’importante è mettersi nei panni dell’altra persona e capire che tutti potremmo essere nella stessa situazione. Prima è successo con i “terroni”, ora succede con i migranti dall’Africa. Ma prima o poi le cose si ribaltano.  

 

Riccardo Resta

Foto di Erica Giusto 

 

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