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23 aprile 2017 , ,

Sorority Noise

YOU’RE NOT AS ___ AS YOU THINK

2017 - Triple Crown Records
[Uscita: 17/03/2017]

Stati Uniti

 

Se non avete dato peso al feroce monito "Joy, departed", proferito due anni or sono dai Sorority Noise, avrete la possibilità ancora una volta di lasciarvi angustiare dal loro nuovissimo lavoro dal titolo sornione “You’re Not As ____ As You Think”. Basterà a questo punto solo aggiungere che la produzione del disco in questione è stata affidata a Mike Sapone per avere immediatamente idea del rigore filologico e della competenza tecnica con i quali si è deciso di scrivere questa nuova pagina nella storia dell’indie emo rock. Non ci sorprende affatto quindi scoprire che la gran parte dell’album sembra essere stata scritta da un cantautore folk al quale è stata regalata una chitarra elettrica di seconda mano avvolta in un morbido fodero nella cui tasca qualcuno deve avere dimenticato alcuni spartiti degli Weezer.
Tutti i clangori struggenti del passato si sono asciugati passando al vaglio di una austera vena compositiva rock dalla quale sono evidentemente nati brani come No Halo, il primo singolo dell’album, connotati da un arrangiamento molto tradizionale delle chitarre elettriche chiamate a restituire un colore malinconico e possente alla narrazione musicale. E per chi non lo avesse capito questo è un disco rock, sembra urlare con moderata convinzione anche Second Letter from St.Julien alla quale risponde con angosciata propensione alla rabbia l’avvincente climax a piena ugola urlante di A Portrait Of.

 

Nel mezzo una ricognizione non molto originale nel pop punk lievemente usurato di Disappered ma soprattutto di Car, una vanagloriosa rincorsa al power chord e alla seduzione a basso costo che strizza l’occhio ad alcune trovate dei primi Paramore.  Non manca ovviamente il momento introspettivo marcato da squisito manierismo della nostalgia in Leave The Fan On, ma il buon gusto spinge i Sorority Noise a consegnarci solo punte stucchevoli di adolescenza tutt’altro che fastidiose. E a chiudere così il disco lasciandoci così con la sensazione di esserci abbastanza divertiti anche se non ci ricordiamo bene il perché. Il lavoro è infatti molto ben costruito, la composizione matura e l’architettura complessiva abbastanza ruffiana da convincere anche i più pervicaci cuori di pietra a proseguire nell’ascolto. Eppure alla fine si rimane un po’ spiazzati e con la sgradevole sensazione di essere noi i veri ruffiani - mesmerizzati o suggestionati da un ordine del discorso vuoto e appagante – ruffiani di noi stessi alle prese con un mostro che lungi dall’imporsi ormai solo si limita a convincere.

Voto: 6/10
Luca Gori

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