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3 luglio 2012 ,

Mole

WHAT’S THE MEANING

2012 - Rare Noise Records
[Uscita: 24/05/2012]

Mole “WHAT'S THE MEANING # Consigliato da DISTORSIONI

 

La Rare Noise Records sta salendo prepotentemente verso l'olimpo della mia personale hit parade delle etichette discografiche, e non c'è da stupirsi, visto che mi ha dato la possibilità di conoscere artisti come Lorenzo Feliciati e gruppi come Obake, Naked Truth, Asiento. Insomma, roba forte! Nuova goduria si aggiunge adesso con l'ascolto dell'ottimo disco di jazz moderno   opera di questo quartetto a forte prevalenza centro/sudamericana, fondato sull'asse Messico-Argentina impersonato dal pianista Mark Aanderud, dal bassista Jorge “Luri” Molina e dal batterista Hernan Hecht, a cui si aggiunge il chitarrista newyorkese David Gilmore. Personaggi mica male, tra l'altro: Aanderud, uno dei più importanti giovani musicisti messicani, non si è fatto mancare, a prova di ecletticità, una collaborazione con i Mars Volta, Gilmore vanta militanza con gente del calibro di Wayne Shorter, Cassandra Wilson, Randy Brecker (per citarne solo alcuni), Hecht, membro di un altro gruppo made in Rare Noise, Brainkiller,  ha prestato i suoi funambolici tamburi a Tim Berne, David Fiuczynski, Elliott Sharpe e alla cantante messicana Ely Guerra (una celebrità, dalle sue parti). Meno altisonanti le note biografiche del bassista Molina, comunque un protagonista della scena jazzistica messicana, tanto viva quanto a noi poco conosciuta.

 

Questi quattro giovanotti hanno scelto il nome di una salsa messicana, la “mole”, appunto, agrodolce, speziata, piena di ingredienti di varia natura, proprio per significare il loro atteggiamento di massima apertura verso i vari generi musicali. Il disco risponde in pieno a questa descrizione: c'è il lirismo del piano acustico di Aanderud, ma anche le sferzate elettriche delle sue tastiere e della chitarra di Gilmore, tocchi di bossa-nova e altri sentori sudamericani, il tutto amalgamato sullo splendido  tappeto ritmico del duo Hecht-Molina. Per farla breve, un disco al quale ben si adatta l'appellativo di “fusion”, sia nell'accezione che gli diamo noi reduci dell'epopea del jazz-rock, sia in quella di effettiva fusione di stili e generi. Solo qualche citazione, il disco è tutto bello e non vorrei fare “figli e figliastri”, però ho trovato particolarmente coinvolgenti l'ultimo pezzo, Grubenid, preda della chitarra spigolosa, “storta” di David Gilmour e del piano elettrico di Mark Aanderud, per un risultato piuttosto “Mahavishnu style”, l'opener PB, sempre in territorio elettrico, ma più dilatata, liquida, o, ancora, il crescendo possente della title track. Mi tocca ripetermi: se, come me, avete nel cuore il buon vecchio jazz-rock, questo è il disco per voi, anzi, per noi.

Luca Sanna
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