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22 gennaio 2013

Foxygen

WE ARE THE 21ST CENTURY AMBASSADORS OF PEACE & MAGIC

2013 - Jagjaguwar Records
[Uscita: 22/01/2013]

foxygenLa nobile arte del copia/incolla che tanto tempo e fatica risparmia a chi deve scrivere relazioni, verbali et similia, sembra aver trovato con questo album dei Fokygen la sua più compiuta utilizzazione in campo musicale. Il duo di stanza in California formato da Sam France, cantante e Jonathan Rado, chitarre, batteria e tastiere, dopo svariati ep autoprodotti e l’ep “Take The Kids Off Broadzay” prodotto da Richard Swift, firmano ora per la Jagjaguwar il loro esordio sulla lunga distanza sempre con la produzione del cantautore californiano e registrato in una settimana nel suo studio National Freedom. A essere sinceri l’ascolto reiterato del disco lascia alquanto interdetti - ma i Foxygen ci sono o ci fanno? - perché non vi è dubbio che il disco contenga canzoni a primo acchito gradevoli e accattivanti, melodie semplici che ti rimangono subito attaccate addosso, ma l’impressione che il tutto avvenga con una certa spregiudicatezza e cinismo rimane. Prendiamo San Francisco, evidentemente ispirata a Scott McKenzie, come non farsi ammaliare dal ritornello e dal delizioso coretto femminile con quell’aria francesina così intrigante mentre canta: «I left my love in San Francisco/ (That’s okay, I was bored anyway)/I left my love in a field/ (That’s okay, I was born in LA)»? 

 

O come non divertirsi con la title track che rifà gli Stones con un pizzico di musica da film italiano anno '70 e una spruzzata di innocuo punk? Ma alla fine fra No Destruction, un brano alla Bowie cantato con la voce nasale di Dylan, il glam alla Roxy Music o, se preferite, alla T.Rex di On Blue Mountain, Oh Yeah che potrebbe essere benissimo un outtake degli Of Montreal  - che a loro volta rifanno Prince, non a caso i Foxygen hanno fatto da spalla ai recenti concerti americani del gruppo di Kevin Barnes - la beatlesiana In The Darknes e i ripetuti richiami a Velvet Underground, Kinks, Doors si ha l’impressione di stare ascoltando una compilation, buona per uno spensierato viaggio in auto, e niente più. L’impressione è che con la stessa facilità con cui i due producono le loro canzoni noi ascoltatori le digeriamo e poi le mettiamo via, perché quello che manca ai Foxygen rispetto a un Jonathan Wilson o a un Ian Skylle che si rifanno esplicitamente il primo alla psichedelia californiana e il secondo a quella inglese, è il profondo amore per quelle musiche, la capacità di trattarle con rispetto, di non indulgere nello stucchevole gioco del citazionismo, di creare partendo dal passato opere personali e affascinanti. In definitiva un dischetto carino, divertente, ma più furbo che ispirato, effimero e vacuo come molte delle cose che circolano nella nostra epoca.

 

Voto: 5.5/10
Ignazio Gulotta

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