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30 gennaio 2013 ,

Esben and The Witch

WASH THE SINS NOT ONLY THE FACE

2013 - Matador
[Uscita: 21/01/2013]

Esben & The Witch WASH THE SINS NOT ONLY THE FACE 2012 – Matador Seconda prova per il trio di Brighton composto da Rachel Davies, voce, basso e chitarra, Thomas Fisher chitarra e Daniel Copeman percussioni, sintetizzatori, elettronica, basso e chitarra. L’esordio del 2011 con “Violet Cries” non era giustamente passato inosservato, quello era un album intriso di atmosfere dark al limite dell’angoscioso e del claustrofobico, del resto non a caso i nostri hanno preso in prestito il nome da una fiaba danese dai toni scuri, piena di orrore e sangue, malgrado l’inevitabile lieto fine. Ma con questo nuovo “Wash The Sins Not Only The Face” gli Esben & The Witch dimostrano decisamente coraggio scegliendo di non ripercorrere pedissequamente la strada del loro fortunato esordio e di cercare vie almeno parzialmente diverse. Il bel titolo del disco è preso da un’iscrizione palindroma, nella lingua greca, posta davanti Hagia Sophia a Istanbul e come vedremo l’idea della circolarità, della reiterazione sta anche alla base della musica dell’album.

 

Adesso le atmosfere si fanno più rarefatte, i toni più calmi, il suono più disteso, è la malinconia il sentimento che domina nel disco, fra onirismo e reminiscenze di un passato lontano e misterioso. Per i testi la Davies non a caso dichiara di essere influenzata da TS Eliot, Sylvia Plath e i poeti surrealisti. La musica del trio è un riuscito alchemico incontro fra le sonorità gotiche e influenze shoegaze, per esempio nelle chitarre distorte dell’iniziale Iceland Spar, folk, soprattutto nel canto di Rachel Davies, prog nell’uso dei sintetizzatori. Il risultato è una musica capace di creare atmosfere magiche e incantate, sospese in uno spazio atemporale, droni e ripetitività ipnotica sono le cifre stilistiche preponderanti in parte contraddette dalla voce setosa, lirica della Davies che dona pennellate chiaroscure e calde alle venature nordiche e gelide, scure e inquiete delle musiche.

 

Nei dieci brani che compongono il disco si passa dalle sonorità ipnotiche ossessive di Deathwalk alla delicata, notturna The Fall of Gloriata Mountain dominata dal canto della Davies su droni chitarristici e le sonorità spaziali del sintetizzatore; dal folk scuro e inquieto di When That Head Splits alla magnifica Despair gotica e martellante da depressione shoegaze; dalle atmosfere alla Sigur Ros di Put Down The Prey a Slow Wave giocata sul contrasto fra il ritmo martellante e deciso dei tamburi e la dolcezza nostalgica del canto. Se ad un primo ascolto l’album mi aveva lasciato piuttosto tiepido e con qualche perplesssità, il gradimento del disco è cresciuto ascolto dopo ascolto rivelandone di volta in volta aspetti nascosti e suadenti fascinazioni.

Voto: 7.5/10
Ignazio Gulotta

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