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2 aprile 2017 , ,

Uniform

WAKE IN FRIGHT

2017 - Sacred Bones Records
[Uscita: 20/01/2017]

Stati Uniti

 

La musica estrema all’epoca di Trump di sente defraudata nel ruolo di asintoto dell’impossibile sembra affermare il duo di New York - Uniform – in questa nuova frastornante prova in studio che emblematicamente porta seco il marchio “Wake in Fright” sin dal titolo. Già nel precedente “Perfect World” si intuivano i sussulti di un magma sonoro distopico che raggiunge il suo grado massimo di perfezione nella miscela hardcore-punk-industrial di questo nuovo, spigoloso lavoro. A completare il quadro della grande dissoluzione nichilistica contemporanea, Uniform aggiunge alcuni strepitii e atmosfere tipicamente noise in grado di trasferire l’angoscia dal piano metafisico a quello strettamente corporeo. La voragine dei tempi moderni è fatta non di libertà ma di sovrabbondanza e assenza di agio tra le cose. La necessità fisica sembra essere l’esito ultimo di una contemporaneità il cui carattere principale è il crepitio prodotto dalla realizzazione simultanea delle peggiori profezie. I corpi si stringono come il cappio dell’insensatezza che la voce sanguinante di Michael Berdan e la chitarra di Ben Greenberg provano così strenuamente a restituire tagliando frasi, quasi ogni frase melodica, con stilettate di distorsioni e rumore.

 

Non c’è salvezza o redenzione possibile nel caos hardcore con fosche greche elettroniche di The Lost, né tantomeno rimedio alla incipiente catastrofe prefigurata dalla pioggia metallica lenta e inesorabile che Habit lascia cadere sull’ascoltatore che ne riconoscerà prontamente l’ascendenza Neurosis. Meno arrischiate e più bolse appiano invece Killing Of America e Bootlicker che si lasciano condurre sulle strade già ampiamente battute del trash metal dal quale mutuano la nota selvaggia andatura e una certa trascuratezza negli arrangiamenti alla quale – la prima – cerca di sopperire con la presenza della stralunata voce off di Charles Bukowski. Più rozza e dirompente appare invece la costruzione post noise di Night Of Fear, un vero concentrato di schizofrenia in uniform33salsa marziale scandita dalla drum machine di Greenberg. Chiude il disco l’angosciante prolusione di Berdan in The Light at the End (Effect) la quale non rinuncia a rammentarci che la luce è solo una variazione delle tenebre, tenebre della ragione prima ancora che della visibilità. Un disco lancinante, tutto costruito nello scarto tra l’ascolto e l’impossibilità del sentire (nel senso del pathos), modellato con l’accetta e coerentemente rozzo. Una prova che non si lascia inscatolare in facili definizioni ma che proprio per questo nella sua magniloquenza da fine del mondo ha l’unico difetto di scimmiottare l’apocalisse in un crescendo che rischia di tradursi in didascalia della dissoluzione. 

 

Voto: 6,5/10
Luca Gori

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