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16 giugno 2017 ,

Dan Auerbach

WAITING ON A SONG

2017 - Easy Eye Sound/Nonesuch Records
[Uscita: 2/06/2017]

Stati Uniti     #consigliatodadistorsioni

 

Quel geniaccio di Dan Auerbach. Non pago di aver dato vita ai Black Keys, una delle più felici combinazioni della formula chitarra/batteria del nuovo millennio, il Nostro ha anche trovato il tempo di diventare un produttore piuttosto affermato, dar vita a un progetto satellite (The Arcs), approntare uno studio di registrazione in quel di Nashville (un luogo dove si diventa piuttosto esigenti, in tema d’incisioni) e sfogare le proprie velleità solistiche in un secondo album a suo nome, dopo quel "Keep It Hid" che otto anni fa convinceva per la capacità di trasferire la materia del duo condiviso con Patrick Carney in un ambito più ricco di atmosfere southern, gospel, cantautorali. Tutt’altro registro quello sul quale si basa il nuovo disco: decisamente pop, ma nel senso nobile del termine e non potrebbe essere altrimenti, visto il coinvolgimento di penne illustri quali quella di John Prine (Waitin On A Song è frutto di una session di scrittura che ha fruttato altre canzoni, speriamo vengano pubblicate in seguito) e il contributo strumentale di grossi calibri (Mark Knopfler, Duane Eddy, Jerry Douglas), personaggi coinvolti dall’ingegnere del suono Dave Ferguson e Pat McLaughlin, uomo ai plettri nella band di Prine, a costituire un team affiatato che ha consentito ad Auerbach di rallentare un attimo dalla frenetica attività live, per scoprire di trovarsi a suo agio nello scrivere canzoni in collaborazione con altri, aspetto per lui inedito, e godersi l’atmosfera rilassata dello studio personale, nonché il piacere di inaugurare la propria etichetta. 

 

Aperto da una title track in perfetto stile Rockpile, il disco prosegue tra atmosfere soul (Malibu Man, Undertow), episodi figli di un corto circuito continuo tra Dave Edmunds, George Harrison e la parentesi Travelling Wilburys (Livin’ In Sin, Shine On Me), perfezionismo pop à la Todd Rundgren (King Of A One Horse Town) e un gentile tocco di psichedelia funky (Cherrybomb), la leggerezza di Never In My Wildest Dreams, nella quale ritroviamo l’arzillo batterista Gene Chrisman, 75 primavere e un curriculum incredibile. Il tutto impreziosito da un’esecuzione perfetta, un sound coeso, uniforme benché coniugato in forme differenti: la carta vincente di un artista che pare avere una disarmante facilità di realizzare lavori di qualità. Quel geniaccio di Dan Auerbach.

Voto: 8/10
Massimo Perolini

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Audio

Video

https://www.youtube.com/watch?v=FfVRCDb0G8Q&feature=youtu.be
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