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25 gennaio 2015 ,

Viet Cong

VIET CONG

2015 - Jagjaguwar
[Uscita: 20/01/2015]

Canada    #Consigliato da Distorsioni     

 

JAG260_380pxViet Cong hanno le idee chiare, eccome. L’omonimo album di debutto che segue una cassetta autoprodotta, rischia di centrare un clamoroso jackpot di pubblico e critica, considerata l’inesausta richiesta di suoni post punk che a ondate cicliche proviene da ogni contesto indie. Sembrerebbe questo proprio il loro momento, tanto che Matt Flegel, Mike Wallace (entrambi reduci dei disciolti Women)  Scott Munro e Danny Christiansen si configurano  da subito  col piglio, i nervi scoperti  e il carisma propri di una next big thing ben lontana dalle tipiche incertezze dei gruppi esordienti. Inarrestabile ed impressionante, il sound  di questa band canadese (Calgary) rifugge rumorosamente dai mezzi toni ma senza indulgere in facili esibizionismi. Tutto torna e si incastra nel loro impianto sonico: un procedere modulare di ritmiche ora quadrate e spigolose ora rettilinee o inclini al tribale (col post rock così lontano ma così vicino), il corposo sciabordare di chitarre sature e invasive (punk in foggia wave, detto post appunto), il cantato che non tralascia la ricerca melodica, autorevole nella timbrica,  filtrato e pure propenso all’estensione vocale. Insomma,  l’intendimento è quello di riproporre una vulgata rock deflagrata cinque o sei lustri orsono: tra gli altri Sister Of Mercy per quanto c’è di granitico, Bauhaus per lo sfoggio di glam oscuro, This Heat per l’hype intellettualoide, Gang Of Four per quel tignoso guizzare del distorsore .

 

Per non tacere dei Killing Joke quanto a poderoso dinamismo o gli Wire di “154”  cui rendere sempre omaggio, attualizzato con buona dose di freschezza, senso della misura e, soprattutto, con pezzi da cui si evidenzia un’indiscutibile capacità di scrittura e un’allure da predestinati. “Viet Cong”  declina le sette tracce che lo compongono col rimbombo Viet-Cong-band-2015amplificato di una palla da bowling scagliata dall’iniziale Newspaper Spoons, timpani percossi con marziale furore e chitarre dilaniate di lampi d’elettricità acida, mentre un cantato sixty-oriented declama fino al crescendo siderale di tastiere inattese. Una vera sorpresa di finale, a cui segue incalzante Pointless Experience col proprio spleen così robustamente new wave, fatto di sezione ritmica metronomica e afflato vocale romanticamente stonato: è un vero anthem fuoriuscito da chissà quale inghippo spazio temporale. L’urgenza parossistica di quest’album spinge ad andare oltre, nel vortice tribale di  March of Progress, brano che sviluppa diversi piani di percezione, fino a conclusive accelerazioni ritmiche e ascensioni armoniche, oltre al precipizio di Bunker Buster, sul cui fondo nervosi riff rapiti da un "Solid Gold" -  ceselli di chitarre come ferro battuto -  o graffiature ritmiche alla Wire scavano il solco del più fumigante post punk anglofono, irto di dissonanze, destinato a devastare poiché avanza inesorabile e come la propulsione che lo possiede, qui si conclude in una rumorosa portante.

 

Giusto il tempo di battere ciglio ed ecco  la disperazione vocale di Continental Shelf, posata su tettoniche di chitarre epocali, come non mai così maestose,  e un cavalcare di basso, irresistibile strumento che poi è l’autentica architrave di tutto il post punk. Segue  laViet Cong frenesia parossistica e l’impronta vocale tanto Josef K di Silhouettes, un precipitare a rotta di collo su scabre litanie prosciugate di speranza melodica, solo un rituale rettilineo di cambi di ritmo, di rintocchi di corde sbagliate, di rifiuto di rallentare. Fino a che si presenta il monolite conclusivo dell’opera: Death, un collasso che dura undici minuti a partire dai cristallini arpeggi iniziali come introduttivi sono gli stacchi secchi della batteria. La voce qui d’impronta very Peter Murphy, taglia il crescendo autodistruttivo di un gruppo che decide di concludere dando gas alle proprie meccaniche, sviluppando velocità e distorsione e calore e incandescenza e fumo, decostruendo il proprio furore in un progressivo stordimento, ad un certo punto rallentato, ma che poi riprende più definito e composto in un mantra esecutivo di pieno stravolgimento sensoriale fino alla disintegrazione finale.

 

Voto: 8/10
Marco Prina

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