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8 aprile 2019 , ,

Son Volt

UNION

2019 - Transmit Sound
[Uscita: 29/03/2019]

Stati Uniti

 

imageA due anni di distanza da "Notes of blue", i Son Volt di Jay Farrar (nella foto giù a destra) sembrano meno interessati alla riscoperta di alcune loro matrici blues e viaggiano spediti su una strada che li riconcilia con un suono più muscolare anche se sovrastato da un cantato viziato dall'indolenza senza che questo sia un fatto penalizzante. Farrar punta più sul tono confidenziale, quasi colloquiale, che sulle rime epiche. Ne viene fuori un flusso molto piacevole, che non si aggrappa mai alla piacevolezza di un ritornello ma ci chiede un'attenzione diversa e continuativa, attraverso efficacissime composizioni che sembrano arrivare tutte da lontano, ora discendenti di quella Refugee che ad ogni ascolto ci fa rimpiangere Tom Petty and the Heartbreakers (The 99, così dominata da licks che sembrano provenire dal catalogo pregiato di Mike Campbell). While Rome Burns aveva aperto il disco poco prima in maniera più gentile, con una bella acustica a servire il letto più comodo per armonie che si sentono oggi solo dalle parti di questa e poche altre band e per un garbato fraseggio che ricorda il Jesse Malin più morbido e ispirato. Incazzato il giusto, Farrar prende di mira il disfacimento del proprio paese quando canta "stanno pisciando su quello che altri hanno creato a costo della loro vita" ma quando nella scorrevole e piacevolissima Devil May Care (un po' la sua Stuck Inside Of Mobile, con le dovute cautele) si concede ricordi autoriferiti e stralci dalla storia on the road della sua band arretra su posizioni più ingenue, quasi da band al secondo album anziché al giro di boa del venticinquennale.

 

Bolso, livido, quasi cupo è il suono di Broadsides che invece ci allontana, e di molto, dalla natura più conosciuta di questa formazione, da sempre ancorata a modalità west coast con accenti suggeriti dai grandi deserti che partono dalla California e vanno in là. Ma è questione di un attimo ritrovarsi accarezzati dalle armonie vocali di Reality Winner. Se statica e poco significante è stranamente la title-track, dalla scrittura introflessa e sonvolt_davidmcclister_maininconcludente, il brano che segue, The Reason, una sorta di elogio alla bellezza e al lifestyle degli stati dell'ovest americano, riposiziona chitarre a dodici corde e voci dove dovrebbero essere in un disco dei Son Volt. Nulla di veramente eclatante fino a quello che potrebbe essere indicato come il confine tra una facciata e l'altra (e probabilmente lo è nella versione in vinile di questo nono lavoro della band) ma una dignitosa rappresentazione delle possibilità odierne di questa  formazione. Ad essere intransigenti si potrebbe affermare che nessuno dei moltissimi dischi della rinomata triade Uncle Tupelo-Son Volt-Wilco, band parenti tra loro perché figlie degli stessi semi, si avvicina alle migliori produzioni delle formazioni da cui discendono. E ad aggiungere un pizzico di pepe, nemmeno sommandovi la discografia intera dei cugini Jayhawks si fa un "Hotel California" o un "The Gilded Palace Of Sin". Tempi diversi, diverse motivazioni, altro talento. A quest'epoca viene consegnata la buona volontà di questi ragazzi che hanno remato contro un vento avverso, in anni in cui la loro musica non è stata radio friendly, non ha avuto il music business a proprio totale favore e, anche questo va detto, non ha potuto godere, nella gran parte dei casi, dei budget offerti a chi era un apripista negli anni Sessanta (i Flying Burrito Brothers) o scalava classifiche e riempiva stadi nei Settanta (Eagles).

 

"Union" procede così tra guizzi come Lady Liberty, che al pari di The 99 è ferocemente politica ("Lady Liberty, sei ancora li, riesci ancora a vederci?/spazza via con le tue lacrime il pregiudizio"), e incertezze (Holding Your Own, episodio che fa rimpiangere i R.E.M. meno ispirati"). Con Truth to Power Blues arriva un altro lampo, di quelli che illuminano un disco. Lo fa con il piacere rustico di un bottleneck che struscia brevemente sulle corde e sembra volersi proporre come un'introduzione a Rebel Girl, giro melodico strappacuori e pedal steel a lavorare dietro con maestria per servire un testo di quelli che Billy Bragg avrebbe tranquillamente tirato fuori se oltre alle canzoni di Woody Guthrie avesse con i Wilco farrarFxG7oMKq_400x400messo mano a del repertorio originale ("Combatterei per la libertà se avessi al fianco una di quelle ragazze ribelli, perle della working class"). Si sfiora l'amore, si canta ancora di resistenza in Slow Burn ("con un cuore come il tuo si sostiene ogni battaglia, si trova sempre la luce alla fine di un tunnel"), si insiste sulle ingiustizie di quest'epoca in un disco da collocare tra i tanti episodi di media caratura dei Son Volt, non al livello dell'esordio "Trace" (1995) ma superiore al precedente "Notes Of Blue" (2017). Chiude tutto, mozzando il fiato, l'incantevole The Symbol, dolente, scarna, un tex-mex che si collocherebbe bene in "The Ghost Of Tom Joad" di Bruce Springsteen, per quel battere solenne sulla chitarra e per l'aria tutta che vi si respira. È la storia di un reduce dai campi di lavoro e ricorda da vicino l'ispirazione sia di "Nebraska", l'album, che di Born in the U.S.A, la canzone, col testo che sembra concedersi certe movenze springsteeniane ("My name is Juan from Monterrey / I've been 10 years in the U.S.A."). Il protagonista che ha "sistemato New Orleans dopo l'uragano" tristemente urla "mi vogliono rispedire indietro come un criminale, ma intanto i miei figli sono nati qui, negli U.S.A." e cala così il sipario su un album che tra luci (parecchie) e qualche ombra tiene vivo più di un ricordo, lasciando aperta più di una porta della magnifica tradizione musicale che riconosciamo al paese finito nelle mani di Donald Trump.  

 

Voto: 7/10
Ermanno Labianca

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