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16 maggio 2014 , , ,

The Black Keys

TURN BLUE

2014 - Nonesuch Records
[Uscita: 13/05/2014]

The-Black-Keys-Turn-BlueAmarli come un fan accanito porterebbe ad esaltarne eccessivamente l’evoluzione tanto continua quanto significativa. Contestarli dopo esser stati feriti dall’ammiccamento esagerato del precedente “El Camino” produrrebbe una bocciatura senza appelli per il definitivo addio ai suoni d’origine. Lucidamente vi possiamo dire che la verità sta nel mezzo; ovvero è innegabile che questo “Turn Blue” non è una gemma come, senza retrocedere troppo negli anni, “Brothers” o “Attack & Release”, ma non è da cestinare solo perché, per la prima volta negli otto episodi accumulati in dodici anni, il blues rock non è più l’impulso principale. Dan Auerbach ha intrapreso da qualche anno una strada da produttore, piuttosto prolifica: dal blues brillante di Dr John, all’artista che non ti aspetti, come Lana Del Rey, per fare due nomi. Per “Turn Blue”, nel ruolo è stato (ri)scelto Danger Mouse: quanto è pesata la sua mano sull’assottigliamento del linguaggio delle Chiavi Nere? Fatto sta che il blues garagistico di “The Big Come Up” non può essere più lontano, l’aridità di inizio carriera viene abbandonata e l’hard-blues del duo apice della carriera riaffiora raramente. Le linee di basso, spesso, sembrano appartenere a “El Camino”, per la caparbietà, l’insistenza e la travolgente vena rockabilly. Tuttavia le note raramente sono grezze come nel loro marchio di fabbrica, anzi: spazi dilatati, che nei momenti indigeribili rimangono immobili, fisse. La fortuna vera del duo è che la scrittura non sembra infiacchirsi particolarmente con gli anni, ed anche sta volta trova la soluzione per svoltare ed evolvere la calligrafia. 

 

Gli impulsi inediti sono i suoni freak alla MGMT e la psichedelia soffusa, ai quali spesso si aggiunge una vena inconfondibilmente glam-bubblegum, come già il singolo (simpatica canaglia!) Fever faceva intravedere. La voce, ad esempio, e le liriche, quando trovano un riff con il quale accompagnarsi, si posizionano sui binari del Marc Bolan dei primi seventies, come già alcuni passaggi di “El Camino” sapevano fare. Altre coordinate? Le chitarre leggere e oniriche alla maniera floydiana-barrettiana, molti ritornelli ammiccanti, vincenti, pop in senso stretto e  qualche passaggio in cui riecheggia la psichedelia lucidablack keys dei Doors. Il tutto prova ad evocare, a sentire la band, quella tristezza e quel freddo che i due originari dell’Ohio hanno spiegato essere alla base del titolo dell’album. Weight Of Love, ovvero l’apertura, è la traccia paradigmatica della scelta stilistica dei Keys del 2014: lenta, nebulizzata, retrò ad un punto di confine tra il derivativo e il vintage solleticante. La chitarra di Dan perde il carattere e l’esplosività a vantaggio di pacatezza e riflessività, che spesso rischiano di partorire però  tracce insipide. Vedere per credere le atmosfere della title track o Year In Review, seppur retta da un’ottima ossatura ritmica, o ancora il solo di In Our Prime. Vecchi impulsi di glam energico riaffiorano qua e là, capaci di generare melodie più (In Time o It’s Up To You Now) o meno (Fever o Gotta Get Away) apprezzabili, più o meno efficaci. In generale, non un album da buttare, sicuramente. Ma mezzo punto glielo togliamo perché da loro speravamo in qualcosa di più brillante. Qualcosa di più sorprendente che in “Turn Blue” proprio non c’è.

 

Voto: 6/10
Simone Pilotti

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