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22 novembre 2016

Zed

TROUBLE IN EDEN

2016 - Ripple Music
[Uscita: 26/08/2016]

Stati Uniti     

 

Una divinità femminile, occhi iniettati di sangue, sei braccia armate, nuda, circondata dalle spire di un serpente verdastro; sullo sfondo un cimitero di teschi di qualche epopea cimmerica. Wow! Roba che neanche gli Spinal Tap… Ma ecco che il macho rock motociclistico di questa band di San Josè ha trovato la sua incarnazione definitiva. A tre anni dall’inosservato ruvido ululato hyper grunge di “Desperation Blues”, gli Zed rientrano con un lavoro che si inserisce agile sul solco tracciato da hard bombastici come Skin And Bones o More. Appena più stratificato, magari un po’ meglio rifinito e più esplicitamente elettrico. “Trouble in Eden” riversa sull'ascoltatore una caterva di azzeccati riffoni dinosaurini con un bel gusto per lo “staccato” ed il sapore funk e metallico dei RATM, ma sempre ben inscritto nel pentacolo sulfureo e valvolare di quel vintage che dai Sabbath, da Alice Cooper, dai vari Blue Oyster Cult, arriva ai Radio Moscow, ai primi Rival Sons fino a fenomeni scandinavi come i Tiebreaker (“We Come From The Mountains”, uscito a fine 2014, passò un po’ troppo inosservato ma vale un ascolto).

 

Cowbell a pioggia, intrecci di Gibson: il tamarrometro segna 110, eppure i ragazzi – mica sbarbati ventenni, ma gente che è in giro da una decina d’anni - sanno bene dove piazzare l’assolone tutto wha-wha e testosterone, e quando più subdolamente lasciare dialogare l’ugola tormentata di Pete Sattari con la sola sezione ritmica per poi deflagrare nella ripresa del riff a a tutto volume. Sanno bene quando concedersi a controllati deliqui appena aciduli (la subdolissima titletrack) e quando schiacciare a fondo l’acceleratore del metal come dei Red Hot Chili Peppers che scimmiottano l’hard dei Soundgarden in quella stessa San Josè degli Sleep. E con So Low dimostrano anche di ricordarsi quando è il momento di ripercorrere le vecchie tracce del blues più alcolico, quello caldo caldo da roadhouse confederata che piacerebbe a Johnny Winter.

 

Qualcosa di nuovo? Assolutamente no. Qualcosa di fuori posto? Assolutamente no, perché ogni fan di Billy Gibbons troverà canzoni ben scritte e refrain arrangiati con mestiere (Today Not Tomorrow, Black Sabbath riletti da discepoli deviati di distorsioni hendrixiane) e passi marziali alla High On Fire come nella marcia forzata di Blood Of The Fallen. Per non parlare della ipnotica cadenza stoner nei sette minuti conclusivi di The Mountain. Hard Rock dell’Era Hyboriana, tetro, pompato, tatuatissimo, monocromo, vendicativo e sessista: i difetti e i cliché ci sono tutti, ma il risultato è assolutamente appagante.

Voto: 7/10
Giovanni Capponcelli

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