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9 settembre 2012 ,

Jaill

TRAPS

2012 - Sub Pop
[Uscita: 18 /06/2012]

Jaill “TRAPS”  18.6.2012 – Sub Pop Arrivano da Milwaukee come le note motociclette americane, questi tre giovanotti dall'aria piuttosto “nerd”, Vincent Kircher, Austin Dutmer e Andrew Harris, alla terza prova sulla lunga distanza. Si parla spesso del “difficile terzo album”, specialmente quando, come nel caso dei nostri giovanotti, il secondo, l'ottimo “That's How We Burn”, ha ricevuto lodi assortite: partiamo allora col dire che, musicalmente, questo “Traps” prosegue nel segno del suo predecessore, una miscela di surf, power pop, lo-fi (è stato registrato a casa di Kircher) molto americana, che ci rimanda un po' (ovviamente, mi verrebbe da dire) ai Pavement, anche per la voce nasale dello stesso Kircher. Inquadrato il genere, va detto che i nostri ci si muovono dentro con una certa originalità, tra riff pesantucci, feedback, organetti e spruzzate lisergiche varie, e inoltre condiscono le loro canzonette apparentemente estive e allegre con testi insospettabilmente “dark”, seguendo il programmatico titolo del quarto pezzo del disco, Horrible Things (Make Pretty Songs).

 

Nel dettaglio, si comincia con il riff contagioso dell'opener Waste A Lot Of Things, che ricorda pericolosamente i miei beneamati Hoodoo Gurus, degnamente seguita da Everyone's A Bitch, che prosegue sulla stessa falsariga, poi ecco Perfect Ten, su registri più oscuri e con un tempo sincopato, gran canzone. Horrible Things (Make Pretty Songs), poi, ci presenta il lato acustico dei nostri, con un andamento un po' “tex-mex”. Quindi ritornano le chitarre elettriche con I'm Home, percorsa da uno strano synth piuttosto vintage, e House With Haunting, una ballatona piacevole con un buon assolo finale. Altra ballata acustica, Madness non spicca particolarmente, assieme alla seguente Million Times, sullo stesso registro, ma il riscatto arriva con un altro dei pezzi migliori del disco, l'ottima Ten Teardrops, in odore di XTC (una garanzia, quindi) e con la meditativa While You Reload, melodicamente originale.

 

Il disco, piuttosto breve, una trentina di minuti, si conclude con Stone Froze Mascot, per certi versi una specie di bignami dello stile del gruppo, in cui si fondono tutte le influenze che abbiamo citato sopra. A consuntivo, possiamo parlare di lavoro relativamente riuscito, piacevole e non troppo impegnativo all'ascolto, come ci si può aspettare da un album di “pop music”. Il problema è che, diversamente dai migliori album di “pop music”, alla fine del disco non viene voglia di rimetterlo da capo, e poi dinuovo e dinuovo...

Luca Sanna

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